— Andrò a trovarla, promise il Coppa, e le dirò che ti voglia sempre bene, e che non ti tradisca mai per un altro.
Al povero Coppa tremava un tantino la voce, facendo questa ardua promessa, ma egli voleva espiare anche il pericolo corso di essere lui il traditore dell’amico suo, e questo gli pareva il modo migliore.
Finalmente il sonno chiuse gli occhi di Desiderio; allora il Coppa fu libero di pensare ai casi suoi.
Egli non voleva essere preso alla sprovveduta il domani; quel Tita che aveva promesso di chiedere per lui l’uscita straordinaria, doveva venire di buon’ora, e bisognava che il fardello del Coppa fosse pronto. Quale fardello? Pensandoci meglio, il povero fanciullo riconobbe che, anche volendo, non avrebbe potuto portare seco se non gli abiti che avrebbe messo in dosso, cioè quelli dell’uscita, perchè non lo avrebbero lasciato uscire con altri panni. Poteva però vestire due camicie almeno, due paia di mutande, e infilare più d’una calza, finchè ce ne potesse entrare nelle sue scarpe migliori.
Voleva poi portare nel pellegrinaggio attraverso il mondo i libri e i quaderni di scuola che avrebbero trovato posto fra la camicia e il giubbetto; infine non bisognava dimenticare la penna e il calamaio per scrivere subito a Desiderio.
Prese queste disposizioni mentali, si abbandonò al sonno.
Come il Coppa aveva immaginato, il Tita fu mattiniero; gli orfani non erano entrati in scuola, quando egli attraversò il cortile dirigendosi al camerino del rettore, per chiedere l’uscita straordinaria del Coppa.
Passando, cercò con gli occhi il fanciullo; lo vide e gli fece un cenno di complicità; pareva un brav’uomo, e al Coppa venne lo scrupolo d’ingannarlo.
Ma si fece forza, perchè non era momento di debolezze, come fece osservare anche a Desiderio, che stava lì lì per tradirlo con le lagrime.