— Che cosa hai da piangere? disse forte, perchè il sorvegliante lo udiva; non sai forse la lezione?... Vediamo, soggiunse tirandolo in disparte, non bisogna essere come le bambine. Fra pochi minuti ci separiamo; ti ricorderai di tutto?

— Sì, balbettò Desiderio, il quale non si sentiva tanto forte da lottare contro il capriccio del suo grande amico, ma in cuor suo aveva sperato che, dormendoci sopra, il Coppa avesse a pentirsi dell’ardito disegno — sì, ma non te ne andare.

— La finestra finta a terreno... ricordalo bene; tutte le domeniche all’ora della passeggiata.

— Sì, ripeteva Desiderio, ma non te ne andare; ritorna, pensaci ancora.... sarai in tempo un’altra volta...

— Per la vita e per la morte, conchiuse solennemente il Coppa, stampando due baci sulle guancie dell’amico.

Il Tita riappariva allora.

Desiderio lo guardò sperando di leggergli in faccia che il rettore non avesse concesso l’uscita; ma vi lesse il contrario.

— Andiamo, disse Tita.

— Addio, disse il Coppa a Desiderio.

Un sorvegliante venne a dirgli d’andarsi a vestire, perchè gli era concessa l’uscita per tutto il giorno. Gli orfani, che si mettevano in fila per entrare in iscuola, guardarono il loro fortunato compagno con invidia; il solo Desiderio non vide più nulla, perchè aveva dinanzi agli occhi un velo di lagrime.