Quando il Coppa scese tutto corazzato di libri e di quaderni, aveva quasi un aspetto battagliero; si doveva capire, solo a guardarlo, che egli andava a sfidare la vita, e che il mostro non gli faceva paura.

Era già sull’uscio, ma si arrestò.

— Ho dimenticato una cosa.... disse; torno subito. E via di corsa, su per le scale, fino al dormitorio; colà giunto, aprì il suo piccolo canterano e ne tolse una calza incominciata, quattro ferri e un gomitolo, l’eredità della zia.

Cacciò ogni cosa in una tasca, raggiunse la sua guida, ed uscì a respirare l’aria libera.

— Andiamo a casa, disse il Tita.

— No, rispose risolutamente il Coppa, io vado al cimitero.

L’uomo stava dubbioso.

— Ci sai andare al cimitero?

— Altro! esclamò il fanciullo, a cui non sembrava vero di poter essere libero così presto; ma sentì un’altra volta lo scrupolo d’ingannare quell’uomo che si era incomodato per lui, e ripetè con accento più dimesso che al cimitero ci sapeva andare.

L’uomo guardò a diritta ed a mancina, come cercando un’uscita all’irresolutezza, poi concluse: