Siccome aveva perduto un’oretta di sonno, il piccino si svegliò un po’ più tardi del solito, cioè quando le prime luci dell’alba erano già entrate nello stanzone bigio e melanconico. Aprendo gli occhi vide un ragazzo dell’età sua, che stava a sedere sul letto di Giulio e lo guardava fissamente. Non era Giulio. Aveva una faccetta angolosa, una gran fronte sporgente, due occhioni neri e profondi e i capelli rossi. Senza dargli tempo ad uscire dallo stupore, quell’ignoto gli domandò.

— Come ti chiami? e perchè l’interpellato non fu pronto a rispondere, ripetè: come ti chiami?

— Desiderio! balbettò il piccino.

— Mi hai preso il nome! disse l’altro, anch’io mi chiamo Desiderio, però a bottega non ero più che Derio, perchè tutto il nome, vedi, era troppo lungo! chiamami anche tu Derio, se lo preferisci.

— Io no.: ma tu avrai un altro nome giusto, ti chiamerò con quello per non confonderci.

— Allora il Matto.... mi chiamavano anche così.

— Preferisco Derio.

— Ho anche un altro nome.... Coppa, Desiderio Coppa, il Matto. C’è da scegliere.

— Dove sei stato finora, che non ti ho mai visto?

— A bottega; mi è morto il babbo, che faceva il calzolaio, un mestieraccio da cane; non mi ci divertivo proprio, te lo assicuro. La zia è povera e mi ha fatto entrare qui. Per farmici venire mi ha detto che ci si sta tanto bene, che il luogo è bello, che qui si vive come i figli della gente ricca. Stavo appunto guardando, non mi pare poi così bello come in casa dei signori. Io in casa dei signori ci sono andato tante volte quando viveva il babbo... Se tu vedessi! altro che qua!...