— Desiderio! gridò la voce nota del Coppa; Desiderio, sono qui.

Il Coppa, impetuoso come era sempre stato, non badò neppure allo stato dell’amico; gli fu addosso, lo prese per le braccia e lo baciò ripetutamente sulle guancie.

Desiderio, vinto dalla tenerezza, non parlava ancora. Peppino, rimasto sull’uscio, continuava a dire a qualcuno di venire pure innanzi.

— Che hai? disse poi il Coppa; non ti senti bene?

— Mi sento benissimo, rispose il vecchio sorridendo; solamente sono un po’ più vecchio di te, lo sai bene, e non ho mai avuto la tua forza. Mi sento debole, mi sento debole tanto da poco tempo in qua...

Il Coppa guardò con occhio indagatore la faccia sparuta dell’amico, e assicurò:

— Ti darò io un po’ di forza; ma poi aggiunse: se ancora me n’è rimasta... chè ora comincio a dubitare d’essere stato mai forte. Bambina! Vieni innanzi; ecco qui il mio migliore amico; è un amico d’infanzia; abbiamo dormito in due letti accanto all’ospizio degli orfani; abbiamo detto la preghiera insieme tutte le mattine e tutte le sere; è anche un bravo organista e ti insegnerà a sonare.... Si chiama anche lui Desiderio... Desiderio Diodato. Ma dove è andata Speranza?

A questa domanda, Desiderio ruppe in un singhiozzo e curvò la lunga persona per nascondere la faccia sull’omero del Coppa.

Peppino, rimasto sull’uscio a guardare la scenetta, se ne andò in silenzio.

IV.