È fatto con la stoffa della gente felice.

Se egli ha una cosa in poter suo è sicuro d’avere il meglio che sia stato creato al mondo; allo spettacolo più noioso egli tanto tanto trova modo di divertirsi, non brontola mai contro la sorte cieca, la quale fa il possibile per dargli ogni fortuna. La vita è per lui una faccenda allegra che dovrebbe durare almeno un secolo. Questa natura invidiabile ha anch’essa il suo tarlo; è assalita dall’improvviso sgomento ogni tanto, di doversene andare all’altro mondo, mentre egli si trova molto bene in questo. Gli hanno forse detto che ha un vizio occulto al cuore, o al fegato o al polmone? Nient’affatto. Egli è sano come un pesce sano... Ma ha paura degli avvisi del mondo tenebroso, è persuaso d’essere circondato da spiriti oziosi, i quali non abbiano altro a fare fuor che avvisarlo di qualche cosa di straordinario. Per esempio: quando una seggiola scricchiola forte senza che anima viva la tocchi, sapete voi che cosa vuol dire? No, io nemmeno; ma per il giovine chimico significa: «Augusto mio, sta attento, che ora ti sta per accadere qualche cosa.» E se nulla accade, come è il caso più frequente, la seggiola allora voleva dire: «noi siamo spiriti vagabondi; abbiamo tutte le ventiquattr’ore per annoiarci e ora ci divertiamo a far scricchiolare una sedia.»

Il baco d’Augusto è questo solo; ma ne avanza perchè su tutte le sue contentezze passi ogni tanto un velo nero.

Naturalmente anch’egli, ha in gran considerazione i ragni; più sono grossi più li rispetta, e con i ragni accoglie volontieri la visita dei mosconi, i quali, dice lui, vengono ad empirgli un momentino la stanza di notizie allegre, mugolano in gran fretta e se ne vanno subito, perchè i mosconi hanno molto da fare e non possono perdere un minuto del loro tempo prezioso.

Invece anche il chimico Augusto odia il sale di cucina, l’inchiostro e il resto, e ha in orrore speciale l’olio versato sulla tovaglia invece che nell’insalata.

Che idea venne al dottor Augusto il giorno del mio onomastico di regalarmi una medaglietta d’oro col numero tredici in traforo?

Forse un’idea semplicissima. La moda, che ha introdotto nell’oreficeria i porcellini, i quali da poco in qua portano anch’essi la fortuna, come i corni di corallo evitano la iettatura, si è messa in testa di riabilitare anche il numero tredici. Augusto sa quanto io mi beffi di tutte le superstizioni e mi fece quella celia.

Gli avevo dichiarato che non avrei mai messo al collo il suo amuleto, ma quel numero tredici era tanto carino, ed era d’oro, e lo accompagnava una catenella che io non avevo posseduto mai. Augusto pregò tanto che gli perdonassi, e quel gingillo mi stava così bene al collo che io finii per portarlo sempre, col portarlo tanto, da... smarrirlo.

E fu lo smarrimento un’afflizione per tutti. Anche per me.

Dicevo forte per consolarmi: «La vedete ora la virtù degli amuleti? Se questo disgraziato numero tredici che doveva darmi la fortuna e che non m’ha dato il bel nulla, avesse avuto un briciolo di puntiglio, mi sarebbe almeno rimasto. E, pazienza se fosse andato solo, ma la catenella a cui era attaccato, quella almeno doveva lasciarmela al collo, che mi stava tanto bene.»