Il dottor Augusto sorrideva melanconicamente, non rispondeva nulla, ma gli si poteva leggere negli occhi lo sgomento per la catastrofe impreveduta. Il numero fatale mi aveva abbandonato: brutto segno. Chissà quali e quante sventure stavano per piombarmi addosso!

Egli ne era sconsolato davvero, ed io quasi.

Naturalmente si pensò ad ogni rimedio possibile per ricuperare la medaglia preziosa. La sera stessa della catastrofe, la portinaia aveva fatto tutto il bastione di Porta Nuova con un moccolo in mano, cercando inutilmente tra gli ippocastani neri il numero disgraziato: il dottor Augusto e il babbo mio d’accordo erano corsi all’Economato municipale a denunziare lo smarrimento fatale, e l’inconsolabile chimica del donatore gli suggerì perfino d’inserire nel Secolo un annunzio che gli costò almeno una lira. Insomma si fecero tutte le cose più inutili che si sogliono fare in casi simili. Il numero tredici non tornava a casa.

Dopo tre settimane il babbo ed io ripassammo all’Economato ancora una volta, e ancora inutilmente, a vedere il sorriso curioso dell’economo, il quale con molta economia di parole apriva un cassetto, vi buttava dentro un’occhiata per compiacenza e annunziava: «Niente numero tredici.»

Allora decisi fermamente di non me ne occupare mai più. E il numero tredici tornò a casa.

Era proprio lo stesso, nella caduta non si era fatto male e nessuno l’aveva pestato; non aveva nemmeno perduto la bella lucentezza: anzi... ma no, era come prima.

E chi l’aveva trovato? Il piccolo fornaio del forno vicino; egli era stato un pezzo in dubbio se potesse tenersi il gingillo prezioso; sapeva bene, perchè il catechista gliel’aveva insegnato, che non bisogna desiderare la roba d’altri, ma il piccolo fornaio aveva già risposto alla propria coscienza ch’egli non aveva desiderato nulla, che la roba gli era venuta da sè fra i piedi prima e poi in saccoccia; ma dopo avervi pensato un pezzo per venire a patti con la coscienza turbata, la paura dell’inferno era sta più forte di lui ed egli aveva restituito ogni cosa.

— Bravo piccino! E come ti chiami?

— Mi chiamo Pedrin... i miei compagni mi dicono anche il Ciall.

Il piccolo fornaio era così pentito da non volere nemmeno accettare la mancia; e quando dopo molte cerimonie si decise a pigliare uno scudo, si voltò a vedere se già il demonio non gli fosse accanto. E via di corsa per non restituire altro.