Il dottore Augusto era di casa; venne diritto fino alla stanza da pranzo precedendo Brigida; appena appena si fermò sull’uscio per domandare il permesso d’entrare, entrò e impedì, premendo leggermente sopra ai miei omeri, di rizzarmi per offrirgli una seggiola.

— Che buon vento? domandò il babbo. Arrivi tardi, ma ti possiamo dare una frittata e un dito di vino.

Il dottore Augusto non voleva nulla; il vento che lo aveva portato era questo solo: un gran bisogno d’avere informazioni sopra un giovanotto offertoglisi come apprendista nel suo laboratorio chimico. Il babbo doveva conoscerlo bene, perchè....

Non sentii neppure il perchè. Pensavo: «che cosa farà il babbo? Dirà tutto? Non dirà nulla? E se il babbo tace, come farò io? parlo o sto zitta?»

Per me taccio. A parlare vi è sempre tempo, non è vero? vedremo, cugino carissimo, se non dicendo noi proprio nulla, sarai buono d’andartene con la sola informazione di Crispino Colla. Perchè quel giovinotto apprendista era poi Crispino Colla, e mio padre si dilungava a lodarne tutte le buone qualità. Purchè, finito il panegirico di Crispino Colla, gli venga in mente di tacere del numero 13!

Il dottore Augusto mi sembrò contentone durante tutte le parole di mio padre e anche dopo. Girò solo gli occhi intorno alla stanza come se cercasse qualche cosa, trovò gli occhi miei che lo guardavano, si fermò un momentino a sorridermi, e si alzò da sedere per andarsene. Aveva una gran fretta di correre al suo laboratorio!

Cominciavo persino a dubitare che non fosse lui, quando mio padre entrò a dire:

— Sai che abbiamo ritrovato il numero 13?

— Possibile! esclamò mio cugino, esagerando la sua meraviglia; poi disse con più naturalezza: Possibile!

Stavo per dolermi che il babbo non sapesse fare, ma egli fece meglio assai di me.