Era vero anche questo! Silenzio per un altro poco; ma quando il dottor Augusto annunziò che se n’andava proprio al laboratorio, il babbo disse:
— E ora che cosa facciamo? Non ci è lecito trattenere la roba d’un altro?
— Per la quale io ho dato uno scudo al Ciall; bisogna restituire la catena al fornaio e farmi ridare lo scudo.
— Oppure io andrò all’economato a dichiarare che, esaminato bene, quello non è il numero 13 smarrito da noi.
— Già... e lo scudo allora chi me lo rende? il Padre Eterno? Meglio fare la restituzione al Ciall.
— Meglio trattenere ogni cosa, consigliò il chimico; ma leggendomi negli occhi l’orrore del peccato mortale (perchè è un peccato mortale tenersi la roba d’altri, non pare anche a voi?) aggiunse: Con un’altra lira si può inserire nel Secolo un avviso per chi avesse smarrito la medaglia e la catenella; se si presenta qualcuno gli si rende; se no, si ha il cuore in pace.
Stavamo ancora a pensare se questa idea fosse la migliore, quando il campanello della porta ci annunziò una visita.
— Io scappo! disse Augusto.
Ma non ebbe tempo, perchè irruppe con grande ansietà, come fa sempre, la mia buona Tizia!
Ma voi non conoscete ancora Tizia. Essa è proprio come un fringuello, ne ha le mosse graziose e la ciancetta allegra; non direste mai che a quella povera ragazza sia toccato il brutto caso di perdere lo sposo in istrada, tanto ha l’aria contenta di essere al mondo. Tutto il giorno, se non fosse che a una certa ora si fa il buio, e allora escono dal mondo invisibile gli spiriti buoni o maligni o burloni a farle paura, la mia Tizia sarebbe una donnina felice.