Essa pure non ha la mamma, e come me, ha il babbo soltanto, che le vuole un gran bene, ma non può accompagnarla a fare le visite perchè è tutto il giorno inchiodato all’uffizio, come il babbo, anzi peggio.

Perciò Tizia, che quando non è buio ha un coraggio da leone, esce sola a portare le chiaccherine affettuose e il sorriso buono alle amiche. E tutte le vogliono molto bene, ma nessuna gliene vuole quanto me. Che cosa non farei io per vederla contenta? che cosa non farebbe essa per me?

Così pensavo quando essa mi copriva di baci. A un certo punto pensai ancora: Oh, sta a vedere che l’altro numero 13 è roba sua! Essa che per il sale versato sulla tovaglia ha avuto la disgrazia che sapete, è capacissima di aver voluto correggere la minaccia della sorte ridandomi il mio amuleto, o almeno la pace se mai l’avesse perduta.

E io che potrei fare per lei?...

Darle marito. Ma la cosa è tanto difficile.

Ne parlerò al babbo.

Si ricominciò il giochetto del numero 13 per la mia Tizia; prima il babbo gliene fece vedere uno, e quando essa si fu rallegrata meco della fortuna, mentre io la guardavo ben bene in faccia per scoprire qualche cosa, il caro babbo mostrò l’altro amuleto.

— Due! esclamò Tizia con maraviglia schietta; questa è proprio aver la sorte; chi non smarrirebbe qualche cosa, sapendo di trovare il paio?

Era così ingenua nella contentezza che mi tornò la voglia di baciarla in bocca, mi tornò anche il pensiero di prima, ma spropositato così: Anche tu, buona e cara Tizia, anche tu che hai smarrito lo sposo nella strada del municipio, dovresti trovarne due....

Ma non lo dissi, assicurai invece che in ogni modo uno bisognava restituirlo.