Intendevo dire l’amuleto e lo sposo.

Il dottore Augusto che aveva tanta premura d’andarsene, non si moveva più; probabilmente era curioso anche lui di vedere il fondo di quel piccolo intrigo: probabilmente a lui, come a me, era venuta la stessa idea. Ma io avevo subito visto che non aveva fondamento; e perchè non l’aveva visto anche lui? Ah! Dio buono! Guardai di nascosto l’uno e l’altra; erano bellini entrambi, buoni tutti e due. Ah! Dio grande! Se mi riuscisse di farli sposare!

In questo momento appunto, il babbo spiegava a Tizia, per la terza volta, come era andata la faccenda dell’economato. «Io entro, dice lui, mi fermo sull’uscio perchè non avevo ombra di speranza, al primo cenno dell’economo potevo andarmene, invece...»

Sicuramente! Se il cielo m’aiuta, io li sposo! Sono fatti l’uno per l’altra: Tizia è alta due dita più di me; deve essere l’ideale di mio cugino Augusto, che ne ha due meno di me! Il cielo gli ha fatti uno per l’altra e io li appaio.

Il babbo diceva:

— Sì, bisognerà andare a ringraziarlo oggi stesso; è il meno che possiamo fare... Non è vero, bimba?

— Dal cavalier Codicini? ma non sarebbe meglio che andassi tu solo?

Tizia, in questo momento, chiuse gli occhi un momentino, gli riaprì, gli richiuse, e se il dottore non era pronto a riceverla nelle sue braccia, mi cadeva ai piedi stramazzoni.

— Che è stato? Che è stato?

Tizia si riebbe subito, si tolse dalle braccia di mio cugino, arrossendo un poco, e venne nelle mie.