— Non entro, perchè... ma ho fatto una scoperta curiosa...
— Che scoperta?
— Nessuno dei due numeri 13 che ci sono tornati a casa, è il mio.
E mi spiegavo bene dall’uscio.
— Ma tu avrai freddo stando così: va’ a letto, potremo parlare lo stesso.
Ascoltai il consiglio e cianciammo un pezzo.
Non ci potevamo capacitare che, in uno stesso giorno, per un amuleto perduto, ne tornassero a casa due. Il babbo spiegava a me e io al babbo inutilmente: pensa che quel gingillo è di moda, che tutte le vetrine degli orefici ne hanno in mostra una dozzina almeno, che tutti sono fatti forse nello stesso stampo, forse le catenelle fabbricate a chilometri, poi tagliate a spanne.
— Sì, sì; ma per lo più sono d’argento dorato e la mia è proprio d’oro.
Veramente sembravano d’oro anche le altre! Sembravano, ma chi lo sa?
Allora sento il babbo, senza dir altro, scendere dal letto, infilare una palandrana e le pantofole. Poi venne in camera mia, con la pietra di paragone, e lì, mentre io ridevo sotto le coltri di quella scenetta e di quell’arnese stranissimo del babbo, egli assaggiò sulla pietra le catenelle e i medaglioni e se ne tornò in camera senza dir nulla.