— È oro? domandai.

— Aspetta, rispose il babbo, che mi sembrava contento di darmi saggio di scienza occulta.

— È oro, rispose.

E subito lo sentii entrare in letto.

— Sono oro tutte due.

— Come lo sai?

— Ho sempre i miei acidi, sono un po’ alchimista anch’io.

Era vero; non per nulla aveva studiato il primo anno di medicina.

Ma il caso era dunque più singolare ancora. Un po’ a occhi aperti, un po’ a occhi chiusi, tutta notte io sognai che il numero 13 d’oro aveva la virtù di moltiplicarsi. In qualche momento di requie che mi davano il sogno e il pensiero, mi tornava in mente il malessere di Tizia, sul quale non mi era riescito di avere spiegazioni, non ostante che l’avessi accompagnata a casa. Pensavo: il male l’ha pigliata due volte; che cosa si stava dicendo allora?... si parlava dell’economato, della visita che bisognava fare al cavalier Codicini.... In questo non vedeva nulla di male per Tizia; il cavalier Codicini non è il signor Ramelli, il quale sei anni sono ha piantato la sua fidanzata col pretesto d’un’improvvisa perdita di denaro che lo rendeva inabile al matrimonio. Ah! birbi d’uomini!

Era invece paura! perchè questi signorini belli (qualche volta sono brutti come il peccato) dopo aver scaldata la testa delle ragazze ingenue, se non hanno a sposare un milione, o mezzo almeno, sono sempre soggetti a tali sgomenti di non poter bastare a dare la felicità alla loro compagna... per tutta la vita. Pazienza se fosse un paio d’anni o un paio di mesi... ma tutta la vita! E non era vero che il signor Ramelli avesse penuria di quattrini; suo padre era ispettore d’una banca e cassiere in una gran fabbrica. Ma sì... Codicini, Ramelli, il numero 13, molti numeri tredici... Chiudevo gli occhi al sonno.