Tizia acconsenti per farmi piacere; ma non pensava alle zitelle delle future associazioni; guardava, come se la vedessi, in fondo al proprio cuore, innamorato ancora di quel birbo di Ramelli.
I nostri babbi, camminandoci alle calcagna, parlavano anch’essi; ogni tanto si fermavano per mettere una maggiore distanza fra di noi, e, si sentiva bene, abbassavano essi pure la voce; ma che dicessero non sapevo proprio.
E quando Tizia se ne fu tornata a braccetto di suo padre, io presi il braccio del mio e gli domandai:
— Che cosa dicevate con tanto mistero?
Il babbo rise forte.
— Dunque facciamo la visita al cavalier Codicini; sarà una cosa da non pensarci più.
— Si, facciamola, ma mi dirai tutto.
Tutto era semplicemente questo: i nostri genitori, trovandosi nella medesima condizione di vedovi con figliuole, avendo afferrato a volo la proposta che io facevo dell’associazione di zitelle, s’erano avviati a parlar a bassa voce delle difficoltà enormi che trovano le ragazze, in una gran città, a pigliare marito. A Milano ci sono tante mogli ad ogni passo, diceva il babbo. Come? M’intendo io... S’intendeva lui! E allora avevano stabilito di fare un patto, ancora una specie di associazione. Il babbo mio doveva occuparsi di dar marito a Tizia; il babbo di Tizia si occuperebbe di dar marito a me; se non potessero proprio riuscire, quando avessero perduto ogni speranza... ma a questo punto il babbo fu preso da tanto buonumore, che la frase non potè andare alla fine.
Una risata non riesce mai a sviarmi, quando voglio sapere una cosa.
— E quando avrete perduto ogni speranza? insistei.