— Quando il signor Diego Corona avrà perduto ogni speranza di darti marito, si proporrà lui stesso.
— A me?
— A te.
Il babbo rideva fino a far voltar gente che ci passava accanto; ma non lacrimava ancora, come quando volle dire che, non riuscendo lui a maritare Tizia, si farebbe innanzi con un coraggio di leone. A questo punto soltanto ebbe bisogno della pezzuola per asciugarsi gli occhi. Ridevo anch’io, assicurando che, se Tizia fosse contenta di diventare la mia matrigna, sarei contenta di diventare la sua...
Silenzio; eravamo giunti in via Larga al n. 15.
— Il cavalier Codicini è in casa? domandò il babbo serio serio, affacciandosi al finestrino della portineria.
— È uscito or ora; deve avere appena voltato il canto.
Oh gioia! una carta di visita piegata da un lato, come usava allora, e non se ne parla più. Ma il babbo volle aggiungere al suo nome e recapito due parole con la matita, così: «Venuto con la figlia a ringraziare caldamente per il n. 13...»
— Era proprio necessario scrivere così?
Il babbo mi rispose in strada che era almeno almeno utile; forse il cavalier Codicini era giovane, forse io potevo andargli a genio, e lui piacere a me.