Col pretesto dell’ambiente o del color locale, un altro libro v’insegnerà a mettere nel libro vostro tirititere interminabili, ciancie inutili, descrizioni farraginose, parole mal maritate ad aggettivi senza senso comune. Ma voi, che non volete scrivere a orecchio, come tanta gentuccia lodata nei giornali, voi, a cui sta fisso in mente che l’arte dello scrittore rifiuta le parole inutili, sarete sobrii, a ogni costo, doveste anche sembrar freddi a certi lettori troppo caldi.
Si tratta ora di scrivere il vostro romanzo, o la vostra novella.
Vi siete messo a tavolino (quando non preferiate scrivere stando a letto come un romanziere che conosco io), avete un bel mucchietto di pagine che numererete man mano, scrivendo sopra una facciata sola, riserbando l’altra ai pentimenti, alle aggiunte che vi saranno necessarie.
Avete scritto il titolo e il numero uno sulla prima pagina, ma ecco vi assale un altro dubbio. La tela, grande o piccola, che devo svolgere a che forma si presta meglio? Cioè scriverò io in terza persona, o in prima, in altri termini devo far parlare un personaggio, o fare io stesso la narrazione?
La cosa non è indifferente, come può sembrare a chi non ha esperimentato mai; nel più dei casi è bene, anzi è quasi necessario, che il novelliere narri di cose e di persone che gli stiano a una certa distanza; egli così può dire tutto, stando sempre nel verisimile, e per meglio accostarsi alla verità, l’arte sua gli fornisce molte malizie; può per esempio accomodare il tempo; se gli torna che una cosa accada sotto gli occhi del suo lettore, egli la scrive in tempo presente, e il lettore diventa più curioso e a volte si lascia trascinare da quella malizietta a una maggiore ansietà.
Ma certamente una narrazione fatta in persona prima ha un carattere di spontaneità e di verità che invano si cerca di ottenere in ogni altro modo. A chi narri quanto gli è accaduto, per ciò solo si crede meglio, mentre il romanziere è sempre uno, il quale fa l’arte, quando non fa il mestiere, e il lettore ha cento ragioni di diffidare di lui.
D’altra parte, il personaggio che narra le cose accadute a lui medesimo ha il dovere di tacere molto; dove egli non ha potuto assistere alla vicenda, bene è che stia zitto. Perciò qualche volta il romanziere si rassegna, rinuncia alla verisimiglianza massima, e si accontenta di una verisimiglianza minore, cioè scrive in terza persona.
Dunque fate voi stessi la narrazione.
Nella forma classica?
Era una volta, come nelle fiabe; oppure Scoccava il mezzodì... o Si perdevano nell’aria gli ultimi tocchi della mezzanotte, noiosissime campane che hanno sonato nel primo periodo di diecimila romanzi.