Tizia però era contenta di non poter odiare il suo antico innamorato, perchè ora, sapendo che egli si vantava di avere dovuto cedere ad una necessità orrenda nel momento di piantarla col suo fardelletto di nozze, quando questa necessità le fosse stata messa davanti ed essa l’avesse riconosciuta legittima per quanto orrenda, l’odio suo sarebbe cessato ed allora era facile tornare a un po’ d’amore. Ma così, no; se anche la necessità orrenda le fosse dimostrata, l’avrebbe lasciata quella di prima, cioè indifferente.

Ma Tizia avrebbe pianto anche più di quella sera, per pietà di lui e della miserabile sorte che aveva condotto lei da un grande amore alla perfetta calma.

Il cavaliere Codicini era venuto tutti i giorni e sempre nelle ore che il babbo era all’uffizio, tanto che non essendosi ancora trovato con lui, mi aveva dovuto pregare di non dir nulla delle sue visite. E perchè le visite potessero continuare e perchè egli aveva una gran fede in questa continuazione, che a me sembrava invece non dovesse approdare a nulla di buono, un giorno venne poco dopo l’ora della colazione e non tardò a entrare in materia. Dopo di aver visto il trionfo soltanto nella mia complicità segreta, quel giorno lo vide meglio in una complicità più larga. Si fece complice anche il babbo.

***

Il cavaliere Codicini, convinto d’essere un po’ odiato dalla sua antica innamorata e perciò a un pelo di innamorarla un’altra volta, un giorno della stessa settimana, visto uscire dal portone di casa Diego Corona per correre al telonio, si fece un gran coraggio; invocò tutti i santi, salì le scale lentamente e dopo essere rimasto un pezzo a contemplare il bottone del campanello senza sapersi risolvere ad approfittarne, ne approfittò tanto poco che la fantesca non si mosse di cucina. Ma un eroismo fa come le ciliege, ne tira un altro; e il cavaliere toccò lungamente il bottone, e dopo un breve intervallo di silenzio già si preparava a ripetere la dose, quando la fantesca venuta sull’uscio, domandò: chi è?

E prima ancora che il cavaliere si precipitasse dal pianerottolo, o si annunziasse per quel che era, la porta della sua felicità gli si spalancò tutta quanta.

— La signorina è in casa?

— Non so, rispose la fantesca, perchè le avevano insegnato a dire così; e lasciando il visitatore nell’anticamera, ma più vicino all’uscio d’entrata che ad ogni altro uscio, se ne andò a vedere.

E poco dopo tornò a dire che la signorina era uscita.

— Le ha detto il mio nome? domandò ingenuamente il cavaliere.