Non udii la risposta, ma, subito dopo, Diego Corona si affacciò nel vano dell’uscio; stette un poco a guardarci e, siccome Tizia non mutava positura e teneva sempre lo sguardo inchiodato sulla parete, egli chiuse l’uscio alle sue spalle e si avvicinò in punta di piedi fino alla figliuola. Le prese la testina pallida con le due mani e le lisciò lungamente la fronte.

— Vuoi? interrogò.

Tizia fece di no.

— Che cosa vuol confessare a me, se non poteva confessarla a mio padre? E che vuol confessare a me, se prima ha bisogno ch’io stessa voglia sapere? Vagli a dire ch’io non voglio sapere nulla.

Diego Corona lisciò ancora il visino pallido, e non sapendo che decidere, prese una mia mano, poi si decise; ma innanzi di spingere l’uscio del salotto, si fermò a interrogare ancora.

La risposta nel gran silenzio fu la medesima; allora Diego Corona scomparve.

Sentii che diceva:

— Mia figlia non vuol sapere nulla; ma se lei ha da confessare qualche cosa che, detta a me, possa modificare....

Forse il cavaliere Codicini fu tentato di dire la necessità orrenda, o forse necessità orrende non ve ne erano; il certo è che non fiatò.

— No, no, no, disse forte, per fare arrivare la voce fino a noi, è un segreto che non mi appartiene. Sappia la signorina ch’io sono molto infelice.