Infatti ella volle ridere e ruppe in un singhiozzo.
— Bimba, che hai? domandò il padre.
— Io? che vuoi che abbia? un rimescolìo di cose cattive: dispetto, collera, odio.... Mi fa tanto bene.
VIII.
Non era vero che il rimescolìo di tutte quelle cose cattive facesse del bene alla mia Tizia; quella notte essa ebbe la febbre, e la mattina, sentendosi tanto stroncata da non si reggere stando a sedere sul letticciolo, mi mandò a chiamare. Mandò a chiamare me, la sua amica migliore, non mandò a chiamare il dottor Demetrio. Ma il medico venne lo stesso chiamato da Diego Corona, che, nell’andare all’uffizio, non aveva fatto fatica a scendere due scale, perchè il dottore, uscendo di casa, avesse la bontà di venire a vedere che diavol mai fosse entrato in corpo a sua figlia nella notte, perchè essa non aveva chiuso occhio, cianciando molto senza dire una frase di costrutto.
Dunque, verso le nove, il dottor Demetrio entrò in camera di Tizia, preceduto dalla fantesca; la sua ammalata era calma al paragone della nottata; diceva d’avere una gran sonnolenza e di non poter dormire; mi stringeva una mano, lasciandomi fare coll’altra, e io le lisciavo la fronte, il nasino affilato, chiudevo le sue palpebre leggermente, le scoprivo un orecchio costringendo un riccio dei magnifici capelli a starsene a suo posto, e senza dir mai altro che così:
— Tizia cara, cara Tizia!
A questa domanda discreta, perchè queste due parole erano una domanda discreta, anzi un mucchio di domande discrete, la mia buona amica non aveva risposto ancora.
Le toccò invece rispondere al dottor Demetrio, il quale, toccandole il polso e la fronte, facendosi mostrare la lingua, minacciava di ascoltarla tutta, se essa non dichiarasse ogni cosa.
Tizia confessò che prima d’andare a letto non aveva avuto punto sonno. Si era messa alla finestra e quella sera di maggio tirava un vento perfido che forse le aveva raffreddato il sangue; ecco doveva esser così; ma ora stava meglio e sicuramente le medicine erano inutili; essa prima di sera sarebbe guarita.