Il dottor Demetrio lo stesso giorno della prima visita a Tizia era stato chiamato in casa del cavalier Codicini, il quale si era ammalato in buon punto di una cefalea indemoniata. Guarito della cefalea per virtù di non so quali medicine eroiche, aveva chiesto un’altra medicina, e il dottor Demetrio, il quale non è uomo da negare la virtù dei calmanti, aveva offerto il necessario. Così il cavaliere era guarito prima di Tizia.
Io per accelerare la sua guarigione, a costo di dire una bugia lusingandolo troppo, mi arrischiai a dirgli che, a parer mio, quella doppia malattia dimostrava una crisi di un identico male.
— Dio lo voglia! mormorò lui.
— Dio lo vorrà, assicurai.
Invece Tizia aveva tutt’altro per il capo.
E quel giorno medesimo, trovatami con lei dopo il desinare, appena Diego Corona se ne fu andato all’ufficio, essa mi dichiarò, sorridendo ancora per placarmi, ma senza punto voglia di celiare, che aveva proprio deciso di entrare nel convento delle Marcelline in Quadronno.
Era sempre stata una sua vecchia idea, che per essere messa in atto non altro aspettava che il buon momento. E le pareva giunto!
— Ah! sì! ti pare proprio giunto?
A lei pareva. Comprendendo di dare una grande afflizione al babbo, il quale non aveva altri che lei, aveva sempre differito, ma ora era quasi sicura che se essa si facesse educanda e poi monaca, Diego Corona si consolerebbe, sposandosi un’altra volta. Essa non vedeva niente di male in questo; se le fosse stato possibile, avrebbe lavorato con le proprie mani alla seconda felicità del babbo.
— Tuo padre ti vuol bene; soffrirà fino a morirne! dissi.