Non dubitava che il babbo le volesse bene; era sicura che dovesse soffrire della determinazione di sua figlia; era certa, certissima, che la sua sofferenza non andrebbe fino alla morte, ma si fermerebbe al matrimonio.
Anche in questo Tizia sbagliava, e forse io che ero quasi incline ad acconsentire nell’idea che le seconde nozze di Diego Corona sarebbero in ogni caso state un toccasana, forse io pure sbagliavo.
Quando il padre già addolorato venne in cognizione della pensata di sua figlia, del suo sangue, fece una cosa non fatta mai in venticinque anni passati nell’Alta Italia prima e poi nella Mediterranea; mancò all’ufficio. Vederlo andare su e giù per le stanze, fermarsi ogni tanto a contemplare attentamente una zanzara attaccata a un vetro, era una pena; sentirlo esclamare con voce ingrossata dai singhiozzi repressi che, tutto mancandogli a un tempo, per lui non rimaneva altro se non andare all’altro mondo, era uno strazio.
Per consolarlo, Tizia sorrideva, e anche quel sorriso faceva male al cuore.
Gli diceva:
— Babbo mio, non ti affliggere tanto, bisognava pur che te lo dicessi, lo sai, non è la prima volta che penso a questa... cosa; ora te l’ho detta e mi basta; non stare a credere ch’io voglia andarmene subito per lasciarti solo; ma col tempo, quando tu pure abbia visto che è il partito più conveniente per me, che non ho la dote...
— Ah!, Diego Corona si picchiò il capo disperatamente mormorando: — La dote! la dote!
— E che colpa hai tu, se non me la puoi dare? sei stato un padre amoroso, mi hai tirato su amandomi tanto, mi hai educata con le tue carezze, quante cose buone non mi hai insegnato tu, babbo mio, con le carezze soltanto?
Diego Corona avendo resistito sempre a queste parole che lusingavano il suo cuore di padre amoroso, s’intenerì troppo e per non piangere alla nostra presenza, scappò nella stanza vicina.
E subito Tizia cessò il sorriso buono per ascoltare.