Fin dall’imboccatura della strada di Tizia, io avevo visto gli occhi melanconici del cavaliere fissarsi con desiderio e timore sui due balconcini noti dove forse la sua fidanzata si era affacciata per accompagnarlo collo sguardo e non lasciarlo solo quanto era lunga la strada. Vecchie cose d’altri tempi! Ed ora? Ora chi sa?... Intanto avevamo la fortuna che i balconi erano deserti e le vetrate chiuse.
Eccoci al portone. Il cavaliere ci lascia, promettendoci di non allontanarsi troppo per poterci trovare subito all’uscita.
Gli stringo la mano per dirgli alla muta che faremo il più presto possibile e non lo lasceremo vagare come un’anima in pena.
Saliamo le scale sempre in silenzio: solo sul pianerottolo, prima di sonare, mi fermo a guardare il vecchio commendatore; è sempre pallido come un morto, su tutta la sua persona è sceso il velo nero del dolore, ma gli occhi brillano ancora.
Suono.
Oh! Dio! che scena si prepara?
— Tizia è in casa?
Mi trema la voce. È in casa. Entriamo in salotto.
— Le dirai che sono qua.
Mi fermo a un passo dall’uscio dove essa deve entrare, per abbracciarmela stretta appena la vedo; il commendatore, forse senza nemmeno accorgersi, per mettersi in disparte, si è quasi addossato alla parete.