Il commendatore si asciuga la testa nuda e comincia fiocamente:
— Una volta, e me lo ricordo come se fosse ieri, in questa stanza medesima, in questo seggiolone, standomi lei accanto, bella come ora, ma più serena in viso, io lieto come non ero mai stato, facevo per mio figlio la domanda della sua mano al babbo suo, il quale sedeva qui accanto sulla seggiola. Lei guardava l’ammattonato ed era tutta rossa in volto; me ne ricordo....
Tace un momentino. Tizia nulla risponde, il vecchio prosegue:
— In quel tempo felice tutto andava bene per noi. Io ero venuto apposta da Bologna, dove amministravo la casa Meralis, dove avevo molte azioni alla Banca di cui ero consigliere e quasi direttore. Contentare mio figlio mi sembrava la cosa più bella e più santa, non avevo voluto informarmi della dote nè d’altro, sapevo il mio figliuolo innamorato, vedevo lei tanto bella e tanto... cara, scusi se parlo così... mi pareva che la felicità nostra fosse sicura.... E, quando il signor Diego Corona volle informarmi ch’egli non poteva dare nessuna dote alla propria figliuola, io mi rizzai per impedire che dicesse di più, comprendendo la sua pena. Mi ricordo che dissi così:
«Il mio Annibale vuole sua figlia soltanto, e io sono come mio figlio.»
Tace ancora, ma Tizia nulla dice, guarda sempre quella cosa lontana e poco bella che io non posso vedere.
— Le presento le cose come erano allora, a costo di farle pena, perchè possa essere sicura che mio figlio e io non vedevamo nulla di più bello di questo matrimonio, che eravamo contenti quanto si può essere. Annibale aveva viaggiato molto, era disoccupato, ma si proponeva di entrare col mio patrocinio in una casa di commercio o in una Banca; aveva anche un piccolo capitale toccatogli dalla povera madre sua, centomila lire, poco più: poteva benissimo accasarsi con la fanciulla che meglio gli piacesse, ancorchè essa non aggiungesse un po’ di denaro alla felicità comune. E io che per il mio ufficio maneggiava molto denaro degli altri, non pensai nemmeno un momento a far dipendere la felicità di mio figlio dalla dote di sua moglie.
Segue un breve silenzio, durante il quale il commendatore non aiutato da una parola buona unisce un momento le mani scarne come per pregare qualcuno, poi comincia a stringersele, a storcerle nervosamente, mentre prosegue:
— Tutta quella felicità sognata svanì pochi mesi dopo... e la colpa fu mia soltanto.
Finalmente lo sguardo di Tizia si stacca dalla cosa lontana per fissarsi su quel vecchio patito con un po’ di misericordia.