— Sì, continua egli, come parlando dal suo sepolcro; mia soltanto. La prudenza che mi aveva aiutato tutta la vita, mi mancò una volta sola nella mia vecchiaia; erano tristi momenti per le finanze italiane, il gran giuoco era il ribasso, per certi indizi mi sembrò sicuro il rialzo; giocai e perdei; per riparare al perduto giocai ancora e in meno di due mesi fui rovinato.

«Avevo deciso di non sopravvivere al disonore, quando mio figlio accorse a Bologna... vide il mio stato... e, per salvare suo padre, rinunziò alla propria felicitò, all’amore... al matrimonio.»

Tutto questo a me sembra chiaro, e forse a Tizia pure, ma essa non trova subito la forza di parlare, e allora il vecchio curva più ancora il capo pallido. Non vedo quasi di lui altro che la calvizie intatta, e di profilo tutto il naso e un po’ di barba. Ma egli si rimette nella positura di prima.

— Andrò fino in fondo, signorina, per dimostrarle....

— No, no....

Sono le prime parole di Tizia e mi fanno un gran bene.

— Sì, andrò in fondo. Annibale rinunziò a tutto il suo patrimonio per salvarmi.... perchè io vivessi.... non disonorato. Potevo io rifiutare il sacrifizio?... No?... Lo vede. Se si fosse trattato solo del mio denaro, avrei rinunziato alla mia posizione per campare accanto ai miei figli.... ma vi era anche una cambiale....

Ora il commendatore si copre la faccia con le mani e balbetta: con la firma di Annibale Codicini.... e mio figlio non ne sapeva nulla....

— No, no.... basta signore.... basta.

— Basta.... dico anch’io.