E Tizia si affretta a restituire il titolo che forse ha soppresso credendo di far bene.
— Non dica altro, commendatore, per carità.
Il vecchio scosta le mani dalla faccia lagrimosa, si asciuga con la pezzuola e con voce libera, finalmente, da quel peso che lo soffocava, dice:
— Ho altro a dire? No, mi pare. Ho detto tutto. Annibale, ridotto in miseria come suo padre, non poteva più sposare la sua fidanzata; avrebbe potuto dirne le cause, e sarebbe stato leale e bello; ma egli non volle che nessuno al mondo potesse penetrare la mia colpa. Lasciò Milano per un poco, e se ne venne a stare col babbo colpevole di avergli tolto tutta la felicità, e in compenso e perchè non rimanesse sopraffatto dal rimorso, lo amò molto, molto.... che ne aveva tanto bisogno. Ora dica, signorina.... se un uomo simile al mio Annibale non merita d’essere riamato....
— Ah! Dio! strillo io in questo punto.
— Che è stato?
— Che è stato?
— È stato nientemeno che un ragno, ma così grosso, Dio buono, ma così grosso da far morire di paura. Mi spiace d’essere importuna di guastare una cosa avviata magnificamente, ma che colpa ho io se sono così?
— Dov’è? Dov’è?
— Eccolo! attraversa il salotto con sussiego fermandosi ogni tanto, e ha le zampe così lunghe che sembra camminare sui trampoli... Oh! Dio! Ecco che si avanza ancora!