Per dire tutto, il commendatore del Cristo in cambio delle centomila lire fatte perdere a suo figlio, era riuscito a fargli dare la croce di cavaliere per benemerenza. Un uomo che può far questo non è un uomo morto.
Tizia in persona, dopo la colazione, sarebbe andata a risanare il caro ammalato. Se non volesse proprio capacitarsi, una cosa almeno lo consolerebbe, cioè il sapere che eravamo in due soltanto, Tizia e io, a conoscere il suo segreto, e che non ci sarebbe mai uscito di bocca, nemmeno a strapparcelo con le tenaglie. E allora pensai che la visita mattutina avesse anche l’intento di farmi promettere e giurare il silenzio, senza aver l’aria di pretendere nulla.
Promisi e giurai. Non ne ho mai parlato con anima viva; ne scrivo ora avendo preso le mie precauzioni. Quali? Si possono bene immaginare. Intanto il lettore, anche cercando bene in questi scarabocchi, non troverà il mio nome, nè quello del babbo. Mi pare che questa sola precauzione basterebbe.
Il commendator Ramelli guarì della sua melanconia e guarì così bene che il giorno delle nostre nozze volle dare il braccio a entrambe. Nell’andare, Diego Corona aveva preso a braccetto sua figlia, il babbo mio aveva preso me; nel ritorno il cavaliere Codicini si era impadronito di sua moglie e di me mio marito.
Ma a Lecco, sulle scale dell’albergo della Croce di Malta, dove si doveva consumare il doppio pranzo nuziale per poi andarsene ciascun paio da parti opposte, un paio per battello verso Chiavenna e l’Engadina, l’altro per Bergamo e Venezia, il commendatore si attaccò le due spose alle due braccia per far la salita. E i mariti vennero su anch’essi a braccetto ridendo. E i babbi pure.
Ma, dunque, anch’io sposa?
Ma sì, anch’io sposa.
E a chi?
E a chi mai, se non a mio cugino chimico e dottore Augusto?
Egli avrebbe aspettato non si sa quanto tempo ancora, prima di decidersi al gran passo. Molte volte era stato lì lì per avventarsi al matrimonio, ma sempre la prudenza lo aveva trattenuto; egli attendeva, me lo confessa oggi, un avviso straordinario e soprannaturale che si ostinava a farsi aspettare.