IV. INVITO AL TALAMO DI MARCANTONIO.
Qui, nel taccuino di Marcantonio Abate manca un foglietto visibilmente strappato, poi non si legge altro. Queste note, incominciate col fermo proposito di essere il commento dei casi poco ordinarii che il nostro eroe si aspettava, ebbero la sorte di tutte le memorie: furono lasciate in tronco.
Senza avvedersene, il filosofo Marcantonio Abate era vittima di quella identica illusione, che incomincia le memorie dei collegiali dei due sessi: affidava alla carta le impressioni non bene determinate e non ancora sue, o già scolorite dal tempo, e non più sue, quasi per guardarle da vicino o per appropriarsele; se egli non riusciva a fare qualche cosa col nulla, come le collegiali volonterose, è merito dei cinquant’anni che aveva vissuti; certo è che oggi — il domani della gran deliberazione — Marcantonio non scrive più una sillaba delle sue giornate, perchè cominciano per lui speranze, compiacenze, dolci incertezze, fantasticherie faticose, mille sentimenti inaspettati che egli sdegnerebbe di colorire colla penna e di vedere riprodotti malamente sulla carta. Anche per le signorine, quando sono uscite di collegio, viene un giorno che fanno così. Si offenderà Marcantonio Abate d’un paragone che lo ringiovanisce un poco? Forse no; appena egli ha fatto il suo tiro, appena ha buttato nel mondo la sua rete, subito si è guardato nello specchio, è corso dal parrucchiere per farsi radere, è passato dal calzolaio per comperare un paio di stivaletti verniciati, ha fatto chiamare il sarto a consulto — e il sarto verrà domani.
Che tiro ha fatto Marcantonio Abate? Che sorta di rete ha gettato nell’ampio mondo?
Egli ha scritto in un foglietto strappato dal suo taccuino, pesando ad una ad una le parole, precedentemente scelte e misurate con grande scrupolo, questo avvisetto:
«Invito al talamo. — Un signore di buona età, agiato, sano, di non spiacevole aspetto e di umore eguale, si unirebbe in matrimonio con una signorina o con una vedova che non avesse passato la trentina, fosse di buona famiglia e d’indole modesta. Non si richiede alcuna dote. Dirigere le proposte al signor I. O., fermo in posta, Milano.»
Ha scritto col suo più bel rondo, curando sopratutto la chiarezza, e dopo aver scritto, non contento ancora, ha rifatto amorosamente gli occhi a tutti gli e, che sotto la sua penna erano nati ciechi, ha allungato le code agli a, assicurato i tagli ai t, e rimessi sugli i i puntini che non avevano lasciato traccia o non erano caduti a piombo.
Quando ogni equivoco gli è sembrato impossibile, senza malizia dei tipografi, ha chiuso il foglietto in una busta e mandato il tutto all’agenzia d’annunzi del Secolo per mezzo di Anna Maria.
Anche la scelta di questo messaggiero gli è costata fatica; gli bisognava una persona di cui potesse fidarsi, un po’ ingenua, un poco ignorante, che stentasse a leggere e non fosse prontissima a indovinare; dunque, i bidelli degli istituti, no, perchè leggevano e indovinavano benissimo, e il portiere nemmeno, perchè non leggeva affatto — dunque Anna Maria.