Ma lasciamo stare mia figlia; io non mi rifiuto di parlare della mia disgrazia; vi pensai già molto, ed ancora non sono riuscito a non pensarvi affatto, ma non ho nulla da rimproverarmi; ve lo farò toccare con mano più tardi.

Vedrete a suo tempo come fu malamente pagato un padre, che aveva fatto a sua figlia una sorte invidiabile e che, dopo averle dato una casa in cui, fanciulla ancora, essa era già regina, lavorava nel segreto del suo cuore amoroso a prepararle nuove dolcezze... ma non è ancora il momento.

Serafina — io le aveva dato anche un bel nome, ma fu inutile — Serafina tradì tutte le speranze che avevo riposte in lei. Oggi Serafina è assente, ed io sono solo.

Ma nessuno s’impietosisca sul mio destino: non ho professato filosofia per ventisette anni senza attingervi qualche consolazione. La scienza non è di natura umana, e non mi rifiuta mai il conforto che le domando.

Quando dico solo, non comprendo la grossa Anna Maria, che mi rifà il letto e dà sesto alle stanze. Sono vent’anni che Anna Maria mi rifà il letto e dà sesto alle mie stanze; essa fa queste cose alla lesta, dacchè sono solo, forse perchè, vedendomi taciturno, mi crede afflitto, ed il suo egoismo le consiglia di fuggire la compagnia dell’umor melanconico. Una volta essa faceva anche la spesa, si tratteneva in cucina a cianciare con mia figlia, e, probabilmente, a raccogliere gli avanzi del desinare: io faccio questa riflessione amara ogni giorno, quando mi vedo venire incontro la mia vecchia, un po’ impacciata, cogli occhi vaganti e colle mani in tasca, che mi dice: «Io ho finito e me ne posso andare... comanda nulla?»

Io non comando nulla, ed Anna Maria se ne va, cavando di tasca, prima una mano, poi l’altra, e nell’attraversare il cortile sgambetta allegramente, qualche volta corre.

Le mie abitudini d’oggi sono rimaste quelle di trent’anni fa; lascio il letto all’alba, perchè credo che, se si facesse una buona statistica, si troverebbe che gli uomini mattinieri, purchè non siano sopraffatti dal bisogno, dal digiuno e dall’ignoranza, sono sempre quelli che un giorno o l’altro, nel corso dei secoli, si fanno rifare il letto dai dormiglioni che si levano tardi. Appena sveglio, apro la finestra alla luce ed all’aria; e siccome, per mia disgrazia, a quell’irrompere del primo mattino nella stanza, la mia povera moglie non si sveglia più, assonnata e lamentosa, ma certamente felice in fondo, così do fuoco io stesso alla macchinetta del caffè, che è sempre rimasta sul tavolino da notte, fra i due letti gemelli. Mi vesto, e intanto non perdo una nota della misteriosa canzone della caffettiera; all’ultima strofa io sono sempre pronto a spegnere con un soffio solo la fiamma azzurrina.

Bevo il mio caffè andando su e giù per la camera, dal tavolino da notte all’armadio a specchio e viceversa, chiudo il fornelletto nel canterano, ed abbandono la posatura ad Anna Maria, la quale dice di buttarla via, ma non lo fa, ve lo assicuro. So ben io quanto valga la posatura, so che, ribollita con un po’ d’acqua, essa fornisce un caffè leggiero ed igienico che mia figlia preferiva al mio — ma mi lascio ingannare da questa povera Anna Maria, perchè non ignoro quanto grave fardello è la gratitudine al cuore dell’uomo incivilito.