Marcantonio si raggomitola nella poltroncina, e guardando fissamente a terra si prova a dire: «Non vi è più nulla di comune fra lei e me; l’ho giurato.»
Ma uno dei suoi avversari risponde sdegnoso: «Fole! non si fa spergiuro quando il giuramento è indegno» — e un altro, carezzevole, soggiunge: «Checchè tu faccia e dica, siano pur grandi le colpe di Serafina, non è vero che tu nulla abbia di comune con essa. Serafina è il tuo sangue; Serafina è la tua carne, è una particella della generosa anima tua.»
«Dunque — prorompe Marcantonio — quella disgraziata avrà fatto il voler suo, sdegnando i consigli e le preghiere della prudenza e dell’affetto, avrà tradito suo padre, lo avrà lasciato solo nel mondo per correre di teatro in teatro, ed ora tutto ciò dovrà essere dimenticato, perchè è infelice?»
Una voce intima, un’eco delle sue stesse parole, ripete nel profondo dell’anima: «Perchè è infelice.»
Ma il Signor Io non l’ascolta. Egli pensa che la disgrazia da cui fu colpita sua figlia è una punizione del cielo, e gli sembra d’averla persino preveduta. Sicuramente l’ha preveduta. Quel buffo che egli ha visto poche volte appena, aveva scritto sulla faccia il proprio destino; Marcantonio non si era, no, lasciato trappolare (ora se ne ricorda) da quell’apparenza di giocondità e di salute; quella faccia paffuta era una maschera, quel corpo tondo era un inganno. Solo che Serafina gli avesse detto: «Babbo, esamina l’uomo che mi vuol sposare,» egli non avrebbe tardato ad indovinare l’ipertrofia o la tisi. Ora il buffo è morto, e coi morti il Signor Io è generoso. Così il cielo gli perdoni, come la grande anima di Marcantonio gli ha perdonato! Quanto a Serafina, che può egli fare? Perchè mai bisogna che il caso venga a prenderla per mano e condurla, dopo tanti anni, al cospetto dell’autore dei suoi giorni?
La domanda è fatta. Marcantonio ha appena il tempo di pentirsene inutilmente — la risposta dell’avversario è pronta.
«Pensa — gli dice — alle lettere che hai respinto senza aprirle. Che ne sai tu, se, in una di quelle, la poveretta, alla cui felicità è mancata la benedizione paterna, non ti apprendesse la sua grande sventura?»
Marcantonio non sa nulla, non vuol saper nulla; cioè, no, sa questo solo, che la grande sventura non sarebbe poi nè grande nè piccola, se egli aprisse le braccia a sua figlia. Serafina ritroverebbe la nota casa dove aveva vissuta fanciulla, ripiglierebbe le sue occupazioni domestiche; affacendata da mattina a sera nel combattere i ragni e la polvere, nell’aprire e chiudere i cassetti, nel regolare la spesa diaria, confortata dall’affetto punto frenetico del babbo, col suo mazzo di chiavi in tasca, coi suoi registri in regola, qual donna più felice di lei? Dopo di aver provato l’uggia d’un’esistenza diversa, al fianco d’un uomo che non era suo padre, la vedova ridiventerebbe fanciulla; si cancellerebbe dal tempo un passato che....
Marcantonio s’interrompe nel corso dei suoi pensieri, perchè quella medesima vocetta d’eco, che ha parlato nel buio fondo della coscienza, incomincia lentamente così: «Si cancelli dal tempo un breve passato. Dopo aver provato l’uggia d’un’esistenza diversa, quanto sarà più attenta ed amorosa la vedova ridiventata fanciulla! Essa ritroverà le note stanze e ripiglierà le sue occupazioni: affacendata da mattina a sera nel combattere i ragni e la polvere, nel regolare la spesa diaria e nel dar sesto alla casa, avrà la dolce illusione di contribuire a rendere tranquilli e felici i giorni d’un padre che, per disperazione, si voleva buttare nelle braccia di una donna qualsiasi.»
«D’aspetto non ispiacevole, fanciulla o vedova sulla trentina» ribatte fiaccamente il signor Io. «La signorina Virginia non è una donna qualsiasi; la signora X. Y. Z. che ha 22 anni non è una donna qualsiasi — non è neppure una donna qualsiasi quella signora vestita di nero col mazzolino di fiori sul petto che ieri Marcantonio non ha saputo riconoscere al caffè Biffi. E poi, nessuno lo costringe a sposare la prima donna che gli si presenti; egli può aspettare e scegliere. Fra le concorrenti al talamo di Marcantonio non ci possono essere altre giovinette belle ed adorabili quanto.... quanto Serafina, posto che vi è Serafina?»