Rendiamo giustizia a Marcantonio.

L’idea che sua figlia si offre di sposarlo e di renderlo felice, questa volta lo turba anche peggio. Se obbedisse al suo primo impulso, andrebbe in via Torino, al numero 60, chiederebbe della falsa Marina, comprimaria, rimedierebbe all’egoismo d’un uomo che, povero, aveva voluto incatenare alla propria miseria una donna, e per cavarsi d’impiccio non aveva trovato di meglio che morire.

Ma un’altra idea lo trattiene un istante ancora, forse perchè egli corra più spedito dopo.

«Serafina si dice povera; infatti essa non ha avuto dote, nè ha mai preteso la porzione legittima dell’eredità di sua madre lasciata in usufrutto a Marcantonio. Forse non sa neppure che il Codice gliene dà il diritto. — Quanto al buffo Curti, sebbene figlio d’un avvocato, che poteva avergli appreso il mondo veduto dalla ribalta?»

La gran partita sta per finire; una mossa ancora, e Marcantonio si darà vinto. Ma non è più un avversario che parla nella sua coscienza turbata, è quasi un amico: egli conosce tutte le vie per arrivargli al cuore, e la sua voce suona come una carezza.

«Tu non sei egoista — gli dice; — in mezzo a tutte le filosofie grette o bugiarde, tu hai serbato una grandezza veramente filosofica — tu disprezzi l’uomo, ma stimi grandemente te stesso. Non già tu andresti a nozze tardive per goderti con un’altra donna la poca ricchezza che Faustina destinava a sua figlia. Ti conosco; sposando la signorina Virginia, o quest’altra, o quell’altra, subito rinunzieresti all’usufrutto. Ebbene, no, Marcantonio, tu non rinunzierai all’usufrutto, ma qui stesso, in questo momento, rinunzierai alla signora Virginia e a tutte le altre pretendenti anonime presenti e future, darai ordine a Battista di non andare più alla posta a ritirare le lettere del Signor Io, riscatterai tua figlia dal teatro che l’ha presa a tradimento, le aprirai la casa paterna — le aprirai anche il tuo cuore di padre, un cuore retto, che non fu turbato mai dalle frenesie dell’amore, e vivrai gli ultimi anni della vita consolato dalla coscienza di esserti sacrificato per la felicità di tua figlia.»


VII. «SONO QUA!»