— Ebbene, soggiunge Ognissanti, maestro Ciro, se me ne credete degno, io vi chiedo la mano di Donnina.
— Ed io te l'accordo, la mia Teresa te l'accorda, tutti te l'accordano. Ma ci devi dire...
— Che io amo Donnina, che farò la sua felicità, che essa farà la mia, che da quando l'ho lasciata non ho nemmeno con un pensiero fatto cosa che possa rendermi immeritevole del suo amore... tutto ciò lo giuro.
— Non bisogna giurarlo, e nemmeno dirlo; ti si legge in volto... ma la mia Teresa... la miglior creatura della terra in fondo... ed una testa!... peccato che non sappia leggere!... la mia Teresa per esempio vorrà sapere che ne è di tuo padre.
— È morto.
Il maestro di scuola ammutolisce un momento e si sente il cuore gonfio non così per la notizia, come per racconto lagrimevole con cui Ognissanti ha pronunziato la triste parola.
— Perdona, se ti ho rammentato un dolore!... e poi vedi, la mia Teresa, ne sono sicuro, vorrà sapere che fu di te in questo tempo, e come e perchè non ci desti mai tue novelle, e poi...
Lo sguardo del vecchio dice chiaro il suo pensiero. Ognissanti lo interrompe.
— Non badate alle apparenze, io sono povero.
— Povero!... proprio?... cioè, poichè lo dici, lo credo.