Donnina non fa un atto, non dice parola a dimostrare che approvi o disapprovi le domande del vecchio padre. Per essa tutto è indifferente, fuorchè l'amore del suo Ognissanti, e l'amore è prima di tutto fede sterminata e senza condizioni.
— Io sono povero, ripete Ognissanti, non ho null'altro che un avvenire, e l'offro a Donnina; essa è povera come me.
— Sicuro, Donnina è povera, dice maestro Ciro con un risolino impercettibile — e chiude gli occhi per vedere lo scrigno della Cassa di Risparmio di Milano, e si frega le mani per contenersi.
— Non mi chiedete altro, soggiunge Ognissanti; non è ancora il momento di dirvi tutto; è un povero segreto e ve lo nasconderò ancora per poco; se m'interrogate, per non mentire, vi dirò tutto, ma non mi comprenderete e vi sembrerò diverso da quello che sono.
— Io ho fede, dice Donnina, e non voglio saper altro.
— Ed anch'io ho fede e non voglio saper altro; cioè, voglio sapere una sola cosa; tu sei povero, non ne dubito, ma ci è povero e povero... quanto sei povero tu?
— Più che non crediate; questi abiti che porto in dosso non mi appartengono; io stesso non mi appartengo...
— Che dici?
— No, io mi appartengo, l'avvenire mi appartiene, soggiunge Ognissanti con forza, è la mia sola ricchezza, dopo Donnina.
A questo punto il sordo mormorio della scolaresca ha preso le proporzioni d'un vero tumulto. A star bene attenti, si può udire la voce ingrossata d'un monello, il quale si studia d'imitare il signor maestro, per imporre silenzio, ottenendo, perchè la satira sia più piacevole, che si gridi più forte.