— Novecento... mille! dice maestro Ciro, proprio mille, e colle tremila e seicento che sono là (ed indica col dito il luogo preciso) fanno quattromila e seicento! E tutte per Donnina!

XVII. UN ESAME DI COSCIENZA.

Al signor Fulgenzio l'insistenza del dottor Parenti fece in fondo un gran bene; a forza di sentirsi dire che Mario aveva un cuore buono, egli che non vi era arrivato mai, incominciò a temere d'aver sbagliato la via. La sua natura sdegnosa si ribellava non tanto all'idea di aver errato, quanto alla necessità che per farsi amare gli bisognasse adoperare le arti dell'innamorato.

Infine chi era Mario? Un disgraziato a cui egli aveva dato nome, famiglia, casa, educazione, avvenire, chiedendogli solo in cambio un po' di affetto e di gratitudine.

Vero è che l'affetto che egli domandava doveva essere palese, testimoniato a tutte le ore in mille modi con un continuo rendimento di grazie, e che se Mario si fosse acconciato a questa parte, egli forse avrebbe dato un altro nome a quegli atti, a quell'affetto; ma questo non se l'era detto mai.

Il signor Fulgenzio era una di quelle nature tutte fuoco, che sono diventate fredde alla superficie a forza di riflessione, incapaci di male e desiderose di bene, ma fatalmente portate a credere tutti gli uomini incapaci di bene.

Di queste anime deboli, che girano attorno al cinismo senza adagiarvisi, ghignando beffardamente, ce n'ha più che non si creda; l'educazione ed il contatto dei primi anni le fanno tali per tutta la vita. Osservate chi nei crocchi giovanili porta un po' di fede e di entusiasmo ed una natura pensierosa più che non si convenga all'età, costui, se pure non si imbatte in un ostacolo, ha la sua mala via tracciata: il disprezzo degli uomini.

Così era stato di Fulgenzio; rimasto ricco e solo al mondo di buon'ora, col cuore pieno di sentimenti miti, colla mente invasa dalle indefinite aspirazioni dei suoi vent'anni, timido nelle maniere perchè fiero nel cuore, gentile cogli altri per istinto della sua stessa timidezza, trovò ai suoi passi la spensierata e sistematica beffa d'ogni sentimento, ed il precoce cinismo filosofico con cui si maschera il libertinaggio.

Disprezzò i suoi compagni, ma gli imitò; non volendone accettare i modi e le scioperatezze, ne chiese ed ottenne scusa accettandone la filosofia. Ciò che per gli altri era verbiloquio a fior di labbro, balbettato come un pretesto ad orgie oscene, nella sua mente si aguzzò come una freccia e gli si piantò in cuore per sempre; quando la riflessione gli ebbe fatto vedere sè stesso e gli altri da tutti i lati, comprese il disprezzo, e fu la sua forza per non corrompere il cuore.

Triste forza! Nelle massime della sua fede filosofica vi era che l'amicizia è una chimera, che l'amore è un inganno del senso, e la fedeltà un rilassamento della fibra; non ebbe amici, passò tenebrosamente la gioventù senza amore, gli anni volsero per lui in arida solitudine. Una donna, una casa, una famiglia, la gioia d'esser padre gli avrebbero serenato il cuore e volto la mente ad altra e più profonda filosofia, quella dell'amore; non ebbe moglie, nè casa, nè famiglia.