Un giorno conobbe il dottor Parenti, il quale, giovanissimo, godeva riputazione di valente alienista; fu vinto dalla schietta natura di lui e più dalla giovialità del suo umore, che era in così bizzarro contrasto col proprio. Ritroso da prima, finì col sentire un bisogno irresistibile di quell'uomo; senza avvedersene, e senza saper dire perchè, gli volle bene.
La vista d'un manicomio lo impressionò vivamente; quivi nessun calcolo di codardia nei beneficati, nè alcuna arte di adulazione: «Nel vostro ospizio, disse un giorno al dottore, tace l'egoismo!»
— O se non tace del tutto, rispose scherzosamente il dottore, sproposita, che torna quasi lo stesso.
— E non è pericoloso?
— Coll'aiuto dei guardiani, no.
Pensandoci, un'idea balenatagli in mente, divenne intenzione, l'intenzione proposito, ed il proposito fu messo in atto coll'istituire una casa di ricovero pei pazzerelli, di cui egli stesso diveniva direttore, medico il dottore Parenti.
Credette di aver trovato una famiglia, ed ebbe un amico; così Fulgenzio si riconciliò alquanto col mondo e con sè stesso.
Ma il dottor Parenti aveva una creatura sua, un piccolo amorino biondo che gli balzava sulle ginocchia e gli diceva di volergli bene tanto col suo miglior senno, e lo baciava in volto e lo accarezzava colle sue manine, senza bisogno che il babbo aspettasse un momento di lucido intervallo. Il dottore confessava candidamente come in quell'angioletto fosse tutta la sua felicità, e diceva quello essere il segreto del suo cuore gioviale, ma lasciava capire che per guadagnarselo aveva dovuto amar molto profondamente una donna e piangerla molto amaramente, perduta, essere felicissimo prima ed infelicissimo poi, fino a tanto che il tempo non lo avesse guarito.
Fulgenzio ad ogni passo si accorgeva d'aver sbagliato cammino, ma non era più tempo di dare indietro. Per avere chi lo amasse e portasse il suo nome, una sola via gli era aperta.
Il caso lo favorì mettendogli innanzi uno che rimaneva solo nel mondo, senza amore e senza nome — e così Ognissanti divenne Mario.