Il resto è noto. Gli errori di cui aveva sparso la propria vita erano entrati a far parte della sua natura. Diffidente per vecchio abito, lo fu anche col figlio; sdegnoso dei suoi simili, non seppe arrendersi neppure con Mario; venne a poco a poco all'amore, ma ne vergognò quasi e non volle mai passare per l'amorevolezza.
Parevagli d'aver fatto tutto, e che, seminato il beneficio, non gli rimanesse se non raccogliere la gratitudine e l'affetto. Gli toccò una più terribile disillusione: aveva sempre trovato la bassezza e s'era nauseato di adulazioni e di vergognose condiscendenze; trovò presto nel cuore del giovinetto l'ingratitudine, la ribellione muta, la fredda sterilità del cuore.
Prima che il dottor Parenti gli parlasse aperto, non aveva pensato mai che potesse quella freddezza essere orgoglio, e quella ingratitudine fierezza d'animo, e quella muta ribellione, opera dell'affetto disprezzato.
Ora una luce si faceva nel suo spirito, un balsamo nuovo gli scendeva in cuore.
Bisognava rompere al più presto l'impaccio dell'orgoglio, vincere la ritrosia, spogliare il vecchio abito della fierezza e riguadagnare la confidenza perduta. Non era difficile, bastava lasciar fare al cuore, tirarsi sul seno il figlio, cingere il giovinetto colle braccia, baciarlo in volto e piangere con esso. Un istante di abbandono poteva pagare tutte le lotte lungamente tormentose; spesso una lagrima cancella il passato; bisognava piangere, bisognava amare, bisognava lasciarsi amare.
Gran parte della notte che succedette alla rivelazione del dottore, passò per il vecchio nell'insonnia; i propositi buoni gli si affollavano al pensiero, il cuore gli batteva come a venti anni, gli ardeva le vene una febbre impaziente. Si rimproverava di non aver fatto prima tutto ciò, pensava che avrebbe potuto trascorrere felice, amato e benedetto, tanti lunghi anni passati invece a rodersi l'anima in una sterile sfiducia. Provava un benessere insolito, una novissima gioia; gli pareva d'uscire da una lunga malattia, e che le forze gli ritornassero d'un subito più gagliarde di prima. Non era illusione; il pentimento è la forza dei deboli.
La notte era lenta a passare; Mario doveva partire al mattino.
Egli se lo immaginava nella sua cameretta, addormentato, e pensava che due sole stanze ne lo separavano, e che poteva uscire sulla punta dei piedi, e picchiare all'uscio, e dire: «figlio, apri a tuo padre.» Avrebbe bastato questo; non ne dubitava, avrebbe bastato, poichè, pensandoci, si ricordava di non averlo più da gran tempo chiamato con quel nome. E che gioia, nel vederselo balzare incontro, e nel confondere palpito a palpito, lagrima con lagrima, e non dir parola, nemmeno una, ma baciarsi in volto e piangere, perdonati entrambi, rinati entrambi agli affetti, e quindi innanzi confidenti, l'uno coll'altro, proprio come i migliori amici che Dio ha posto sulla terra — il padre ed il figlio.
Per poco il signor Fulgenzio non pose in atto quella dolce fantasia; ma era notte calata, che avrebbe detto Mario?
Cedendo finalmente al sonno, il vecchio continuò a veder suo figlio, a stringerlo nelle proprie braccia, a guardarlo fisso negli occhi ed a dirgli con fremito d'amore: «Guardami, sono proprio tuo padre.»