È tardi... invano l'orologio ha fatto l'appello molte volte; non gli si dà ascolto; Paoluccio si è addormentato appoggiando la testa all'omero di babbo Jacopo, il quale guarda tristamente nel vuoto, ed il professore singhiozza in un canto.
Tutta la vacua dimenticanza di quei cervelli è scomparsa, quella melanconia ha un significato: è un dolore, è una gioia, è una casa, è una famiglia che riappare nell'ombra; quel giorno di Natale ne ha fatto rivivere un altro, un altro, un altro...
II. MOLTE COSE IN UNA CHICCHERA DI TÈ.
Che casa allegra quella del dottor Parenti! Di giorno la luce vi fa galleria; il sole ci si tuffa entro dal primo mattino e non se ne va se non poche ore innanzi il tramonto, quasi a malincuore, e quando scompare dietro i tetti della casa dirimpetto, sembra che, rizzandosi sulle punte dei piedi, si tenga un istante appeso ai comignoli per darle un'ultima occhiata. Che casa allegra quella del dottor Parenti! Domandate a quei canarini perchè cinguettino con tanto gusto e perchè scuotano le testine con tanta spensieratezza entro i fili di ferro della gabbia. Ed a quel micio bianco che russa saporitamente sopra una seggiola, perchè ogni tanto socchiuda gli occhi ed ammicchi tra il furbesco e l'indolente ai suoi compagni ciarlieri. Osservate come tutto è in ordine, come ogni oggetto sa la sua parte a memoria, e che disciplina e che nettezza! A chi obbedisce tutto ciò? Qual è la fata che prepara l'incantesimo?
Il dottor Parenti no certo; egli fa le sue faccende, cura i suoi ammalati, e tutta la malìa si compie durante la sua assenza. Quando è di ritorno batte le mani e si stringe al seno la fata della sua casa, la qual fata è una faterella di quindici anni, bionda, con due grand'occhi color della pervinca, con un corpicino snello ed irrequieto, ed un visino incarnato e sorridente — un bocciuolo di rosa che si chiama Olimpia, amica dei pazzerelli, fedele all'amore della sua bambola.
Che casa allegra quella del dottor Parenti! Quand'è la notte, non importa che sia la notte; d'estate ci è la terrazzina, in cui si annodano le ciance guardando le stelle; d'inverno il focolare, innanzi al quale si sta così bene in due. Le ombre che si allungano nella stanza, sono ombre note e non danno la melanconia, i canarini dormono, il micio si aggomitola accanto al fuoco, ed una bella lampada con un globo disegnato di figurine chinesi manda una certa luce gioconda che fa allegria. La neve che scende di fuori guarda curiosamente attraverso i vetri quella scena di pace e vuol la sua parte dei riflessi rossigni del focolare allegro.
A questo punto il signor Fulgenzio si guarda intorno, come timoroso che si abbia potuto leggergli nella mente, e rassicurato dalle apparenze, conchiude le sue fantasie con un lungo sospiro, che ha tutta l'aria di ripetere:
«Che casa allegra quella del dottor Parenti!»
Ma non per nulla il dottor Parenti porta in fronte due occhietti scintillanti; ci si vede chiaro con quei lampioncini; e se ti fidi al risolino da spensierato che gli socchiude le labbra o credi la felicità mal'accorta, metti il tuo cuore allo scoperto.
Il signor Fulgenzio immagina di aver sospirato al sicuro, e che i due compagni, durante il breve monologo del suo pensiero, fossero così intenti ad amarsi da non badare più al prossimo; ma egli non ha ancora ripreso fiato coll'intenzione di ricominciare, quando sente due manine intorno al collo, e si vede un volto d'una bellezza quasi infantile dinanzi, così vicino, così vicino, che è impossibile resistere alla tentazione.... Un bacio, un bel bacio, uno di quelli che ricacciano indietro un reggimento di sospiri; il dottor Parenti accosta la sedia al focolare, Olimpia si curva dinanzi ai tizzoni e li ricompone, e ci soffia entro perchè mandino una bella fiammata, ed eccoli tutti e tre serrati l'un contro l'altro.