«Venne appunto allora mastro Paolo; pallido, severo, si inginocchiò accanto a me senza mostrare di avermi visto, poi se ne andò fuggendo, come per sottrarsi ad un sinistro pensiero.

«Ebbi paura. Mi passarono in mente mille disegni; volevo fuggire, andare a Milano, chiedere al mondo ciò che solo può dare: del lavoro ed un padrone, e non mendicare l'affetto dai padri di altri figli.

«Avevo dodici anni, e mi sentivo forte, ma non ero abile a nulla, mi scorai, ed accettai la mia sorte. Contro quel che credevo, mastro Paolo quel giorno fu meco amorevole più del solito, e, venuta la sera, mi prese fra le sue ginocchia ed appoggiò la testa tremante sulla mia.

Tu solo mi rimani!»

«Egli diceva queste parole con un accento che mi strappava le lagrime: io solo! gli altri erano tutti morti! Gli altri... i suoi figli veri!

«-È venuto il momento, mi disse poco dopo, ti ho preso meco apposta; io prevedevo questo giorno; era il solo libro in cui sapessi leggere spedito, la mia sciagura! Sapevo che sarei rimasto solo, che mi avrebbero ritolto ad una ad una le mie creature dopo avermele date per vederle agonizzare; lo sapevo. Ora sono solo, solo, solo!

«E siccome io continuava a piangere, egli soggiunse:

« — Non bisogna piangere; provati a ridere, provati; quando i tuoi fratelli avevano la tua età, ridevano essi, e queste pareti risonavano di allegrie; e finchè la morte non ebbe imparato la strada che conduceva alla mia felicità, ridevo anche io perchè ero felice; provati a ridere; basto io solo a piangere.

«Un altro giorno, appena desto, mi chiamò a sè e mi disse:

« — Hai da essere tu il mio figlio; sono essi che lo vogliono; tu sei solo ed anch'io; non saremo più soli; porterai il mio nome; andremo dal sindaco, gli chiederemo che cosa bisogna fare per essere proprio padre e figlio.