«A poco a poco sparve anche quella specie d'intimità che era fra noi; vedendo come nei giorni di vacanza, toccandomi di rimanere in casa, egli fosse collerico ed alcune volte ingiusto, mi venne in mente che mi mandasse alla scuola per non avermi sempre innanzi agli occhi.
«Incominciò per me una più terribile solitudine di quella che prima avessi temuto — la solitudine dell'uomo respinto. Accorgendomi che la mia vista faceva male a mastro Paolo, nella bella stagione me ne andavo coi libri in campagna a studiare, molte volte a piangere. Esaurii in breve tutte le mie lagrime.
«La mia natura gioconda riprese a poco a poco il sopravvento...
«Provati a ridere» mi aveva detto mio padre; io mi stordiva ridendo.
«Era una maschera, una livrea per riuscir meno ingrato ai miei compagni, e mi conveniva deporla alla porta di casa.
«Non ero, no, felice. A dispetto degli sforzi che faceva per darmene le apparenze, mi pareva che tutto quel cumulo di sciagure ch'io doveva sanare pesasse sul mio capo come una condanna, e che in me si dovesse leggere solo il dolore, e che tutti mi fuggissero.
«In quell'abbandono, in quella ridente desolazione dell'anima mia, nella tenebra fitta del mio pensiero, penetrò un raggio di sole — l'amor tuo, Donnina. E bastò a tutto; ritrovai fede, avvenire, ritrovai il mio cuore; ebbi perfino l'ardimento di venire innanzi a mastro Paolo e di amarlo in palese; parevami che la mia felicità mi desse un gran diritto sugli uomini e che tutto quanto mi aveva respinto dovesse accogliermi a braccia aperte.
«Non era illusione la mia; la felicità è una forza a cui non si sa resistere; abbandonato prima dai compagni, ritrovai allora qualche amico, e, migliore amico di tutti, il mio maestro, il tuo ottimo padre.
«Trovai cento porte aperte, ma non quella della sventura; il cuore di colui che aveva promesso di essermi padre mi rimase chiuso.
«Mi convenne dissimulare, ma nol seppi tanto che il vecchio non si avvedesse.