«Io non mi nascondo come questa che pare la mia fortuna sia la mia colpa; dovevo accettare la miseria, l'abbandono, l'oscurità, le lotte della vita, ma non tradire quell'uomo che mi aveva primo chiamato a far parte della sua famiglia. Io l'ho lasciato solo nella sventura per far me lieto — accettai di vestire di gai colori la mia sciagura, volli entrare nella schiera degli eletti, io reietto da colei che fu mia madre! Che penserai tu di me? Potrai tu essere più benigna di me stesso? E con quali occhi vedrai la mia arrendevolezza alle prime carezze della sorte? Ho un nome, ho una famiglia, sto per avere una posizione onorata nel mondo; una sola cosa mi manca — la stima di me medesimo.
«E quando tu saprai che l'uomo stesso da cui fui chiamato figlio, non ricava dal suo benefizio altro che l'ingratitudine? Tanta è la miseria, Donnina mia, che questa stessa ingratitudine è il solo mio orgoglio, la mia sola virtù. Sappilo, fra il vecchio ed il nuovo padre, il mio cuore è rimasto orfano, la mia sorte non si è mutata. Quest'uomo, di cui porto il nome, non mi ama, non mi ha amato mai; volle pagare alla virtù a cui non crede, alla società che disprezza, alla famiglia che offende collo scetticismo nella donna, il suo debito d'uomo, di cittadino, di figlio: volle fare un'opera buona ed un ingrato. Egli lo sapeva già prima, e mi disprezzava già prima che io cessassi d'amarlo. Perchè io l'ho amato come si può amare un vero padre, e forse lo amo ancora.
«Quanto debole ed intristito ti parrà il mio cuore!
«E non mi accuserai dentro di te di averti dimenticata sei anni per aver mutato fortuna? E non crederai Mario (quest'è la mia livrea d'oggi), vergognoso dei cenci di Ognissanti?
«Tu sei buona e facile al perdono, lo so; ma le mie non sono colpe che si cancellino col pentimento, solo si espiano, ed io le ho duramente espiate.
«Il giorno che dovei rinunziare al mio bel sogno di correre a te, di venirti a dire: «Donnina, io ho trovato un padre che mi ama e che amo, un padre che sarà il tuo, quando tu sarai mia; io studierò, la larva dei miei sonni si farà persona, diventerò uomo, avrò una professione e basterò col lavoro e coll'amore a farti felice!» oh! tu non immagini quant'io soffrissi quel giorno.
«La mia colpa, ingigantita dalla freddezza che ogni giorno mi si faceva meglio palese nel cuore del mio nuovo padre, mi disse che io era indegno di te, che non dovevo più pensare a te, che coll'avere abbandonato la mia miseria io aveva perduto il diritto alla felicità che doveva andarle compagna. E poi con qual cuore rivederti per ingannarti, o per dirti la mia desolazione? E avresti tu compreso altro fuor che io aveva, volontariamente, posto una barriera tra te e me, che più non mi appartenevo, che la nostra felicità, dove pure tu me ne credessi ancora degno, dipendeva dalla volontà d'un altro uomo, il quale si faceva chiamare mio padre?
«Pensai che fosse meglio uccidere in germe l'affetto deposto nel tuo cuore; volli venire a dirti: non ti amo più, amane un altro. — Un altro!... Non ne ebbi forza.
«Poi mi venne un amaro pensiero.
«Forse, dicevo a me stesso, Donnina mi dimenticherà davvero: tra l'aspettare molti anni per esser mia ed il divenir sposa più presto, sceglierà d'amare un altro.