Se è vero che il signor Maurizio lo abbia ancora, è un miracolo genuino, perchè fino a questo giorno furono poste in giro parecchie dozzine di segreti, e tutti sottratti, per quanto si diceva, allo scrigno del letterato.

Codesto signore appartiene solo da quindici anni al suo prossimo: prima nessuno si occupava dei fatti suoi, nemmeno la portinaia (perchè abitava una casa che non si poteva concedere questo lusso), nemmeno i vicini, creature occupatissime delle miserie della terra, sebbene paressero aver scelto di starsene vicino al cielo. Era allora un bel x, abbandonato intero alle proprie meditazioni; ma l'algebra della vita non gli pareva nè amara nè penosa, perciò solo che egli la condiva col rimario, con raggi economici di luna al davanzale della finestra, con civetterie di stelle, e, quando il cielo era a nugoli, con una buona e schietta imprecazione in versi sciolti, atta a sbarazzare il suo cielo di poeta ed a serenargli la coscienza. Certo più erano le volte che il vate convitava a lauto banchetto la musa, di quelle in cui l'uomo si trovasse ad un vero e proprio desinare; i suoi pranzi e le sue cene avevano quasi sempre l'aria di mutilati, i quali portassero melanconicamente il loro battesimo pomposo; ma se ad un disgraziato mancano due braccia e due gambe, al rimanente si dà tuttavia il nome di uomo; così era di quei pranzi o di quelle cene, le cui gambe e braccia Maurizio non aveva visto da tempo immemorabile.

Per queste prove d'astinenza s'impoveriscono le vene, tranne la poetica, la quale invece si fa torrente.

Tutto ciò per dire come la lirica occupasse onoratamente la prima parte della vita di Maurizio. Che sarebbe stato di lui, se avesse tirato innanzi a passo di rimario, nessuno può dire, ma a tutti è lecito immaginare. Volle fortuna che la musa, in un momento di buon umore, lo consigliasse a scrivere in prosa; fu un'apostasia, non dico di no, ma un'apostasia magnificamente riuscita, rispetto alla gloria ed al ventricolo, perchè mentre parecchie migliaia di versi editi ed inediti non gli avevano dato nè un bricciolo di gloria, nè una bricciola di pane, un paio di articoletti fatti coll'amarezza dell'apostata, il quale si vendica del proprio delitto, gli schiusero la porta del piano terreno d'uno dei più grandiosi e quotidiani edifizi di carta del suo tempo.

Fu una specie di trionfo, e fornì l'argomento a mille dicerie; Maurizio diveniva di moda, si sentiva accarezzato, lodato, adulato, gli piovevano nuove amicizie ogni giorno, gli fioccavano le strette di mano, e non udiva se non ripetere: «ho letto il tuo ultimo articolo!» Questa frase, accompagnata da un punto d'esclamazione, compendiava tutta la sua vita, compresa fra due articoli. Una metà della settimana era spesa a raccogliere il frutto dell'ultimo, l'altra metà a preparare il prossimo. Ad un'anima della tempra di Maurizio non poteva bastare.

Veramente non si è detto ancora di che tempra fosse l'animo di Maurizio. Giudichi il lettore da questo, divenuto notorio, che quando il giornalista era crisalide, cioè poeta, viveva negli stenti di una misera pensione pagatagli da uno zio milionario, il quale si era posto in capo di far del suo unico nipote un console od un senatore. La fedeltà alla musa costava dunque a Maurizio gli agi della vita, ed anche ora che la crisalide era divenuta farfalla, cioè giornalista, l'apostolato della critica gli costava forse ancora gli agi della vita, ed indubitabilmente un consolato.

Quell'aureola di vittima aveva contribuito la sua buona parte al rumore che si era fatto intorno a Maurizio; ma, ripeto, l'anima di lui non se ne accontentava. Aver inseguito per tanti anni i fantasmi di una gloria poetico-letteraria, per starsene pago ad una fuggitiva nomea comprata a prezzo di un po' di spirito e di molta maldicenza, gli pareva cosa bassa. Comprendeva benissimo essere il pubblico così fatto che, mentre fa buon viso alle inezie che punzecchiano, lascia dimenticato in un canto tutto ciò che approfondisce e pensa: ma, sazio del plauso della folla, volle il plauso degli eletti, invece di una gloriuzza volle una superba gloria tanto fatta.

Affettò primo egli stesso di disprezzare le proprie chiacchiere settimanali, e non col falso disprezzo di chi vuol collocare i capitali ad interesse più alto, ma con un disprezzo vero e profondo. «Ho letto il tuo ultimo articolo.» «Sciocchezze! rispondeva, sto preparando un altro lavoro!» «Che lavoro?» «Uno studio sui filosofi della rivoluzione francese.» «Ah!»

Non ci volle altro. È possibile leggere ancora, e trovar belle, le scritture d'uno che premediti uno studio sui filosofi della rivoluzione francese? Le teste meglio pettinate del caffè... furono le prime ad accorgersi come da qualche tempo la stella di Maurizio andasse declinando, ed il suo spirito si esaurisse, e perdesse egli i denti della satira. Ciò in parte era vero; sbollite le prime collere contro la società, Maurizio cedette alla propria natura e ridivenne benigno; e poi la sua fierezza si ribellava a questo scendere in piazza collo staffile, ed occuparsi delle persone col dispetto, colle ire e colle ironie che non devono ispirare se non le cose e le istituzioni; era troppo superbo per mordere dalla sua cuccia alle gambe degli inermi; non lasciò la cuccia perchè vi trovava un po' di pane, ma lasciò di mordere, raddolcì l'amaro della critica; dimenticò sè stesso nello scrivere, per ricordarsi solo delle cose di cui doveva parlare; non forzò gli argomenti ad atteggiarsi come piedestalli, per mettervisi in mostra, come aveva fatto per lo innanzi; invece del getto continuo di spirito, di cui frodava i lettori, provò a dar loro idee vere e pensate. Fu come lo sfasciarsi d'un idolo.

Rientrò nell'ombra, per escirne periodicamente visto da pochi; l'oscurità non lo sbigottì, se ne compiacque, e si adoperò a farsi più oscuro, sostituendo al proprio nome, a' piedi dei suoi articoli, due iniziali. Parevagli che il disdegno interno dovesse così apparire al di fuori; fu invece accusato di debolezza, e divenne l'esempio di un critico col cilicio e coll'amor del prossimo. A poco a poco nessuno ricordò che sotto le iniziali di Maurizio era Maurizio. Egli poteva dire, a confortarsi, che fuor delle mura, lontano, questo incognito era un benefizio; che il nascondere la persona dà maggior autorità alla parola, che gli dèi della commedia parlano dietro le quinte; ma nemmeno di questa commedia si dava pensiero, solo gli premeva lo studio sui filosofi che prepararono la rivoluzione francese. Gli bisognarono parecchi anni di vita oscura per compiere questo lavoro; quando lo diede alle stampe non ne ricavò un centesimo, nè una lode.