Per tutti questi contrasti inselvatichì, divenne intrattabile; passava come uno spettro; quando s'imbatteva in uno degli antichi ammiratori, scantonava ad una svolta di via o fissava ostinatamente un punto dello spazio. Allora meditò una magnifica vendetta degli uomini che non lo comprendevano, intinse la penna nel fiele che gli aveva dato i primi allori, lanciò una mezza dozzina di saette, infine rovesciò la faretra ed uscì ringhioso per sempre dalla sua appendice. Fu un momentaneo sgomento, poi una generale risata. I curiosi, di quanto si passava nel cervello e nel cuore del vecchio idolo non sapevano nulla di nulla. Erano stati d'accordo in dire che Maurizio aveva un segreto. Quale? ne bisbigliarono dieci; poi tacquero; ora finalmente vedevano chiaro; il segreto di Maurizio era che gli aveva dato volta il cervello!

E non averci pensato prima! quando si dice!...

Pochi mesi dopo questa catastrofe, lo zio milionario se n'andò ab intestato all'altro mondo, senza potersi tirar dietro i milioni che non aveva, e che toccarono, per eredità legittima, al nipote.

Il disgraziato Maurizio, a forza di prefiggere a scopo della sua vita l'ambizione letteraria, era venuto a disprezzare sinceramente il denaro, che vedeva così di rado; trovatosi di botto quasi ricco, sulle prime fu sbigottito; poi si ricordò di aver pensato e scritto che il denaro fa le gran cose del mondo e gli parve il portinaio del tempio della gloria non aspettasse se non la prima manciata di scudi per spalancargli l'uscio a due battenti. Tutti gli antichi sogni ambiziosi risorsero; pensò il cerchio dei vecchi e dei nuovi ammiratori fatto più compatto intorno a sè, ed il proprio disprezzo superbo circondato dalla invidia, ed il suo nome portato lontano sulle ali della fama. Gli si forniva un'occasione di far chiaro ai nulli carichi d'oro il disprezzo, mostrando come del suo proprio oro egli facesse poco conto. Comparve nelle brigate, nei caffè, al club, nei teatri, nelle sale da biliardo. In pochi giorni ebbe amici, ammiratori, scimmie dei suoi modi, delle sue vesti, gente che s'informava del suo sarto e della sua stiratrice. Di lettere nessuno gli fiatava. Il mondo pensava che il meglio di Maurizio fosse il suo borsello.

A poco a poco prese l'abito elegante. Il suo quartierino da scapolo fu il ritrovo dei più leggiadri bellimbusti; vi si dissero le più gaie maldicenze, vi si sturarono le migliori bottiglie di sciampagna, vi si fecero le cose più matte e più di buon gusto. Se la gloria gli rimaneva chiusa, la nomea gli ritornava incontro a tiro da quattro.

I milioni di Maurizio divennero proverbiali.

Ma la fama di milionario costa cara, specie se non si hanno i milioni.

Maurizio, sprezzante della sua nuova fortuna, non volle però lasciarsela ghermire dallo scialacquo. Egli non diceva più a sè stesso l'ingegno esser tutto nel mondo, nè tutto essere il denaro, ma che il meglio è il piacere, e che a prolungarlo gli bisognava porre un argine alle spese. Lo fece senza curarsi di quanto il mondo avesse a dire e con maggior fortuna che non pensasse; nessuno ne malignò; la sua riputazione di milionario si trovò essere così solidamente fabbricata, che i cenci stessi non l'avrebbero demolita; i suoi nuovi modi parvero frutto di balzano umore; la sua parsimonia sazietà. Vero è che questa parsimonia era ancora la lauta vita colle sue orgie e coi suoi bagliori, e che in fondo aveva solo mutato l'andatura, ma la meta era la stessa, la rovina. Di questo però non si dava pensiero; si proponeva d'arrestarsi in tempo; dove? quando? non sapeva. Era avido di piaceri; pareva volersi stordire da qualche secreto tarlo; anelava ad ebbrezze ogni volta nuove; sentiva, soddisfatti, riardere con altro fuoco gli stessi desiderii; in fondo era il vuoto ed un indefinito sgomento di sè. Lo sbigottiva la vacuità della sua vita, l'avvenire diverso tanto da quello che aveva sognato. In tutto il suo stato d'oggi, qual parte aveva la propria volontà, qual parte il proprio ingegno, a cui aveva tutto immolato? La sua stessa agiatezza gli era uggiosa; portava sulla fronte il marchio del sacerdozio fallito; era un disertore che la fortuna aveva comprato co' suoi favori.

Un giorno si avvide che invecchiava, e che nel suo cuore era un posto vacante per un amor di donna. Qual donna amare? Non importa quale; gli bisognava una donna che non si potesse comprare, un affetto che non avesse origine dal suo denaro; qualche cosa di veramente suo, ad accarezzare il proprio egoismo e la propria superbia. Lasciò le orgie, dicendo agli amici essere stanco dei vezzi noleggiati dalle belle, ed alle belle esser sazio degli affetti imprestati dagli amici; — le belle e gli amici sentenziarono: «Maurizio è colpevole d'innamoramento.»

Non era ancora vero. Alcuni mesi dopo, Serena fece la sua apparizione in Milano. Fu un avvenimento. Non parlò più se non della sua bellezza sovrumana, del suo lusso, del suo passato, delle sue ricchezze; le si diedero in prestito altri milioni, come a Maurizio; le si compose un romanzo molto intricato.