Maurizio cercò ed ottenne la fortuna d'esserle presentato, e tanto s'accostò alla fiamma di quei due occhioni, che vi ritrovò — miracolo nuovo — le proprie alucce di poeta, ed uscì in un madrigale che fece il giro del mondo elegante in ventiquatt'ore. Allora chi aveva accusato Maurizio di innamoramento, lo rimandò assolto, non so con quanta logica.
I mille adoratori della nuova divinità, apparsa nell'Olimpo molto pagano della ricca borghesia, non badarono nemmeno all'autore del madrigale, il quale non dava ombra a chicchessia coll'insistenza simmetrica del suo culto e colle quotidiane intercessioni. Il segreto di Maurizio stette nell'ombra, immolato sull'altare del segreto di Serena.
Costei non rimase lungamente come era apparsa; era vedova, sola, senza amanti conosciuti, circondata da vecchi e nuovi tentatori; chi era penetrato nel suo tempio, vi aveva visto gli arredi del culto proprio d'una divinità ricca e superba; tutto ciò è qualche cosa, poniamo anche sia molto; ma non è una posizione chiara e definita. Si discuteva, si almanaccava, ma in questo almeno si era d'accordo, che il mistero avviluppava tutta la bella figura di Serena, come il fondo nero d'un quadro, da cui esce più fascinatrice la superba bellezza d'una venere fiamminga. Con questa sola differenza, che la bella incognita aveva tutto delle veneri e nulla di fiammingo.
Non si andò fino a darle il carattere di avventuriera, ma si aggiunsero colla fantasia i casi più bizzarri al suo romanzo ipotetico; taluno più accorto ritirò nello scrigno i milioni concessi al primo apparire di lei. Si sa che nel mondo vi ha della brava gente, avara fino allo scrupolo dei proprii milioni.
A Maurizio non si pose mente gran fatto. Era suo desiderio vivere ignorato da tutti, noto a lei sola, ed alimentare nel proprio segreto la nuova fiamma, scaldarsi a quel fuoco insolito, rinascere alla nuova vita. Ambizione, gloria, ricchezze, piaceri — vecchio mondo in rovina, l'amore — ecco la vera vita, ecco l'avvenire, e gli sorrideva sulle labbra di Serena.
Quest'ultima frase non vuol essere presa se non come una figura della rettorica innamorata di Maurizio; il vero è che Serena non fu con altri tanto severa quanto fu con Maurizio, il quale fra tutti era il solo devoto e sincero. Arti di bella capricciosa? Bisognò che Maurizio se lo dicesse almeno dieci volte il giorno per non impazzire. Per lui non esisteva se non Serena, quel volto candido come l'alabastro, quegli occhioni di fuoco, quei capelli nerissimi; scopo della sua vita fu giungere al tesoro chiuso in quel magnifico scrigno di donna — al cuore.
Quando ebbe la certezza che il magnifico scrigno era vuoto, ch'egli aveva affidato ad una vana sembianza tutti i suoi affetti, che quella suprema bellezza era da vendere al miglior offerente, che tutto quel lusso di forme apparteneva di diritto a chi lo avesse coperto con lusso maggiore di vesti e di gioielli, che il proprio amore era sprezzato, la nobiltà delle sue intenzioni quasi derisa, fu la fierezza dell'anima il medico della profonda ferita del cuore; si armò di disprezzo disposto ad entrare coraggiosamente in convalescenza.
Ma il disprezzo, che talvolta è forza, si ritorce di frequente contro chi l'adopera; uno che disprezzasse sinceramente tutto quanto lo circonda, finirebbe, di necessità, col disprezzare sè stesso.
Uscito dal primo impeto, Maurizio non potè tanto disprezzare Serena che non disprezzasse il mondo, nè tanto il mondo, da dimenticare come egli ne facesse parte.
Per la prima volta vide nelle veglie tormentose delle sue ultime febbri tutto sè stesso, la povertà dei desiderii seminati e la miseria del raccolto. Amore, piaceri, ambizioni, ogni cosa fa fatta spregevole o vana, e disistimabile tutto e sè stesso nell'immensa disistima del mondo.