Ad una di queste lunghe notti nevose era succeduta un'alba povera di luce, ed all'alba un mezzodì che pareva un tramonto, quando Maurizio, rizzandosi sui gomiti nel tormentoso letto, gettò alle proprie sembianze, riflesse da uno specchio, queste parole che gli venivano in mente per la prima volta: «stupido! il denaro fa tutto; puoi tu darmi un milioncino?»

L'altro non rispose, ed il servitore bussò colla nocca del dito alla porta.

Recava una lettera.

Quella lettera diceva così:

«Signore,

«Sul punto di lasciare Milano, per non tornarvi forse mai più, sento il dovere di rivolgervi una parola di ringraziamento e di addio. Non mi importa di ciò che dirà il mondo, ma di quanto potrete pensare voi sono gelosa. La proposta sincera che mi avete fatto vi dà il diritto di giudicarmi severamente. Fatelo; la mia colpa non trovi pietà nel vostro cuore, io lo merito. Ma sappiate almeno che sotto la maschera del cinismo e dell'indifferenza era il rossore della vergogna, e che il cumulo di menzogne, di cui feci pompa con voi, nascondeva un cuore. Non oso stringere la mano che mi avete offerto. Siate felice.

«Serena».

XXI. IL SECONDO COLLOQUIO DI MAURIZIO E SERENA.

Mezz'ora dopo Maurizio attendeva nel leggiadro salotto di Serena, col cuore agitato da una febbre più gagliarda di tutte le precedenti, colle mani contratte come per forzare la propria impazienza a contenersi.

Era uscito da casa ed aveva fatto la strada senza pensieri, o piuttosto con un solo pensiero, che era insieme un delirio: «ella mi ama!»