— Prometto, disse Serena con lieve atto dispettoso; non abuserete, immagino, della fiducia che ho riposto in voi e della volontaria parte di rea da me scelta, per farmi un interrogatorio. Volete essere mio giudice? Ve ne ho concesso il diritto, aspettate però che io sia lontana.
— Voglio essere il mio giudice, riprese a dire Maurizio con un accento pacato e grave che dava solennità alle sue parole, e socchiudendo gli occhi profondi, come per nasconderne il lampo: voglio essere il mio giudice; mi sta dinanzi agli occhi un superbo fantasma, ho fatto un sogno audace; se vero è quel sogno, voi mi amate.
Serena, sorrise in singolare maniera, e rispose scherzosamente: «Svegliatevi.»
— Non ancora, soggiunse Maurizio trattenendo invano l'impeto della passione; non ancora. Non prima d'avervi detto che il vostro amore mi è necessario, che è il mio delirio, tutta la mia vita. Non prima d'avervi detto che le cento ambizioni meschine per cui è passato il mio cuore hanno ora fatto una grande ambizione: essere amato da voi; che l'amor vostro sarebbe ad un tempo una pietà, che nessuno potrete mai rendere tanto felice con una parola quanto me. Ora dite, ho io sognato scioccamente, od è vero che mi amate?
«Svegliatevi» ripetè Serena collo stesso accento, collo stesso atto, collo stesso sorriso.
E siccome Maurizio la guardava fisso in volto tentando di cogliere nelle sembianze di lei una mentita alle parole, soggiunse:
— Vi ho dato la mia stima, vi ho dato la mia fiducia, e sono cose che vengono dal cuore; potrei darvi un effimero affetto, e sarebbe capriccio, dire d'amarvi e sarebbe menzogna. Uscite dal vostro inganno. Risalendo il mio passato non trovo per gran tratto di via una parola schietta come la vostra, un'offerta generosa come la vostra, un cuore più nobile del vostro — ecco perchè mi duole d'essere da voi creduta più trista di quello che sono — ed ecco perchè vi ho scritto. Mi sentivo disprezzata e volevo essere rammentata senza maggior disprezzo domani... Non credevo di rivedervi...
— Sentite, interruppe Maurizio pigliando con audacia lontanissima dalla impertinenza la mano della bella, io ho gli anni in cui le passioni sono fatali, e nondimeno mi rimarrebbe tanta forza da soffocarle se le credessi ignobili: sentite, io non chieggo del vostro passato, io non voglio guardare in un tempo che non mi appartiene; qualunque sia la colpa da cui siete uscita così bella e così forte, io so già che è una sciagura. Ebbene, sappiatelo; ho anch'io una colpa, e la nascondo anch'io invano a me stesso; accettate di divenire mia moglie, farete una generosa azione, e mi aiuterete ad espiare e riparare il passato. Devo dire di più?
— No, ve ne scongiuro.
Serena non disse altro, pareva le mancassero le parole ad una folla d'idee e di sentimenti.