E gettandogli senza ritegno le braccia al collo, ruppe in un singhiozzo le ultime parole.
Quell'atto fu così repentino, che Maurizio rimase un istante trasognato. Uscendo dal suo torpore, sentendosi fra le braccia il bel corpo di Serena, e sul volto l'alito della sua bocca ed i ricci dei suoi capelli, e sul cuore il martellare affrettato di quel cuore rimasto fino allora un mistero, diè un grido.
— Oh! ch'io non impazzisca ora per l'immensa gioia!
— Tacete, per pietà; tacete! mormorò la bella, e chiuse colla mano tremante la bocca di Maurizio.
In quell'atto, in quella sconfinata ebbrezza dei sensi, Maurizio non si sentiva più uomo; nascose il capo nell'onda dei ricci della bella, ne baciò le labbra, le guance, la fronte, e tacque. Quanta parte pigliava Serena a quella muta frenesia?
A poco a poco l'ansia del suo petto si quetò, cessò l'affanno, e fu essa la prima a sciogliersi dolcemente da quell'amplesso.
— Se voi mi amate, mormorò Maurizio prolungando quanto poteva la sua felicità, se voi mi amate siate mia.
Serena non rispose, allontanò per l'ultima volta la mano che le cingeva il corpo e riuscì a sedersi sopra un seggiolone. Aveva ripreso tutto l'imperio di sè medesima, era ancora la bella indolente di prima. Quanto a Maurizio, nell'atto d'uno a cui sia stato tolto dalle mani un tesoro, la guardava con occhi sbigottiti, avendo l'aria di non credere alla sua felicità di poc'anzi.
— Siate mia, insistette Maurizio facendosi più presso: ho guardato nel mio avvenire ed ho visto che non mi riserba altra felicità se non l'amarvi; siate voi dunque tutto il mio avvenire, siate mia.
Maurizio nel dire queste parole aveva riguadagnato un po' della sua consueta fermezza; pregava, ma come un superbo.