XXIII. SERENA A MAURIZIO.
«Parto, reco altrove la mia vergogna, senza rammarico, senza dolore, senza gioia; non mi importa dove, purchè sia lontano.
«Non ritornerò forse, non vi rivedrò forse mai più; queste parole sono il testamento che mi separa da tutto ciò che ho amato. Mi spinge a scrivervi non una vanitosa compiacenza od una fantasia melanconica di donna colpevole; ma un bisogno, un dovere. L'offerta che mi avete fatto vi dà ogni diritto sopra di me; ora che io non potrò più arrossire in faccia a voi, sappiate tutto il vero.
«Non potevo esser vostra nè d'altri; nella terribile vedovanza che mi sono fatta intorno al cuore, mi rimane il primo vincolo, mio marito! Ho ucciso tatti i miei affetti, tutte le mie gioie, tutto il mio avvenire con una colpa sola, ma è sopravvissuta la colpa, implacabile, continua. Io non sono vedova.
«È la sorte di molte, è la storia d'ogni giorno.
«Se vi dicessi che l'uomo a cui fui sposa io lo amava, che egli mi amava e che un istante di dimenticanza mi tolse alla casa mia, all'uomo mio, agli affetti miei, per restituirmi più tardi al pubblico corrotto, non ancora corrotta io stessa al pari del pubblico; se vi dicessi che la passione da cui venni tolta alla famiglia, divenuta sazietà, mi respinse colla fredda ingiuria e mi lasciò sola, vi direi la storia di mille.
«Ad ogni sole che tramonta si offusca insieme la pace d'una famiglia; ogni alba nuova saluta il primo ghigno di una cortigiana.
«Leggetemi in cuore. Vi hanno momenti della mia triste vita in cui rivedo una casicciuola in fondo ad una viuzza di Modena, ed in quella casa il cumulo dei miei sogni di fanciulla, ed i nuovi sogni di sposa, e la felicità di avere una famiglia mia, d'essere come il primo anello d'un mondo fatto per me, ed un sorriso sereno in premio della mia gioia, e la mia gaia e spensierata natura di donna riflessa in un maschio volto d'uomo occupato nei suoi studii, ma buono, affettuoso, pieno di fiducia, fatto cieco dalla sua stima; Quella casa serena io l'ho fuggita, quel volto sereno io l'ho oscurato per sempre, per me quell'anima mite maledice la esistenza, e quell'intelletto che viveva di due amori, della scienza e della famiglia, ora... E tutto ciò per una creatura fatua, insipida, volgare, che, coll'arditezza e con quattro freddure imparate a memoria, trionfò della mia virtù.
«Rinsavita, più pel nuovo senno del mio innamorato che per proprio mio senno, mi rimaneva una sola via aperta — scendere ad uno ad uno i gradini che menano alla colpa.
«Feci scrivere a colui che mi fu padre; mi fece rispondere «la mia dote restituitagli da mio marito essere a mia disposizione presso il banchiere Redi; vivessi di quella non ignominiosamente, se mi era possibile». Nulla più. Non mi era possibile. Rientrare nel mondo come una pentita, rinnovare la mia riputazione, non far parlare di me la gente maligna; tutto ciò era possibile; ridivenire onesta, no. La mia anima ebbe una singolare fierezza e non volle ricomprare con un facile pentimento l'impunità della mia colpa. Uscita dal santuario della mia casa, io doveva avvoltolarmi nel fango; era la sola riparazione possibile; — onesta moglie o cortigiana pubblica — non è via di mezzo per chi, oltre all'anima corrotta ed al corpo contaminato, non vuol mascherarsi coll'ipocrisia. Volli essere spregievole, poichè avevo cessato d'essere stimabile.