— So che cosa mi vuoi dire, non proseguire.

Nulla di più facile per il dottor Parenti, il quale presta l'orecchio attento e curioso.

— So che la mia vita manca di logica; che dopo aver dubitato di tutto ero in obbligo di tirar dritto fino all'ultimo, e che, avendo rinunziato alla famiglia, dovevo andare incontro senza paure alla solitudine della vecchiaia; ho sbagliato; un barbone od un bracco, che avrei battezzato Melampo od Azor, era il fatto mio meglio di un animale della umana specie a cui ho dato il mio nome. Non è così?

— È così. E se a quel tempo io fossi stato in età di dare consigli e tu me n'avessi chiesto uno, avrei dato il mio voto a Melampo, come alla sola creatura riconoscente che respiri sulla crosta del globo.

L'enfasi che il dottore pone in queste parole, lascia evidentemente incredulo il suo compagno, il quale, dopo breve titubanza, fa una professione di fede, che in fondo non è se non una domanda.

— Il cielo mi guardi dallo sfrondare le illusioni di chicchessia; beato te se potessi credere alla riconoscenza degli uomini come vi ho creduto io alla tua età!

— Io non vi ho mai creduto, risponde l'altro senza batter ciglio.

E siccome il vecchio insiste collo sguardo, egli aggiunge collo stesso accento pacato: «La colpa non è però dei beneficati.»

— No, ma del benefizio.

— O dei benefattori...