Il signor Fulgenzio non pare comprendere, e lascia dire.

— Il beneficio, com'è inteso dai più, è il capitale che si vuole impiegare ad usura; nella massima parte dei casi il meccanismo di un'opera buona si spiega così: uno che spende parte del suo superfluo a comprare l'indipendenza d'uno che non ha il necessario. Tutti i quesiti possono ridursi a quest'unica formula.

— E chi facesse il bene per la sola soddisfazione di farlo?

— A costui basterebbe la sola soddisfazione d'averlo fatto; ma è un'eccezione. La regola è l'usura. Ora il beneficio strozzino fa la riconoscenza bancarottiera.

— Spiegati meglio.

— Mi spiego meglio. A rigor di logica la riconoscenza comprende averi, vita, pensieri, opere, parole, libertà e coscienza. Con pochi spiccioli in moneta di beneficio si vorrebbe assicurarsi un canone perpetuo in moneta di gratitudine. Il balzello è così grave ed uggioso, che la più spiccia è non pagarlo. E si fa bancarotta.

Il vecchio non dice parola. Quel silenzio sembra pesare sull'animo del dottore, il quale prosegue a dire, come pentito della sua franchezza:

— Parlo della maggior parte dei benefattori, ma vi possono essere eccezioni.

— Lascia le eccezioni, interrompe bruscamente il vecchio direttore, e conchiudi la tua regola, e di' pure, poi che lo pensi, che l'ingratitudine è l'assenza d'un vizio, anzi una virtù; che per aver cuore aperto alla riconoscenza conviene essere nati a servire, deboli e pieghevoli come il giunco; che le umane querce debbono ribellarsi alla schiavitù del benefizio e trovar la forza di mostrarsi liberamente ingrate. Via, di' tutto questo, poi che lo pensi.

Il dottore prosegue pacato: