«Sai? da otto giorni il cielo faceva il broncio alla campagna; nugoli fitti o nebbie fitte, ed al sole non riusciva di passare un raggio attraverso quel dispettoso mantello per fare una carezza al piano e distaccare i diacciuoli dai gelsi che ne devono essere stanchi; sono otto giorni che tace il concerto dei passeri, otto brutti giorni in cui si ebbe una vera carestia di luce; or eccoti un'allegra novella — il sole! E forse ora appunto tu guardi in alto e ti allieti allo stesso raggio che mi fa lieta, pensando a me, e vorresti sapere che faccio in questo momento, ed immagini tutt'altra cosa... come io ora di te forse. Ma non importa. Le cose sono come noi le vediamo, e quando non possiamo vederle, come ce le colora la fantasia, tal quali. E se anche taluno potesse dirmi di sicuro che in questo momento tu dormi stanco d'una studiosa veglia, io non gli crederei e mi ostinerei a vederti così: gli occhi a questo raggio di sole, il pensiero... a Donnina.
«In sostanza questa credulità che si fida alle proprio fantasime vale più e meglio di certo scetticismo dubitoso anche di ciò che vede. Non è vero?
«Te lo voglio dire; la tua lettera ci ha fatto piangere; il mesto racconto dei sei anni passati lontano e la tarda rivelazione di quanto già prima avevi patito al fianco di quel poveretto che fu il tuo primo padre, ci ha commossi. Me non solo, ma anche la mamma, la terribile mamma.
«Ciò mi fa pensare che anch'io ti devo una confessione generale. Che cosa ho fatto durante la tua assenza?
«Prima di tutto sono ingrandita sei buoni pollici, e poi sono diventata una donna, una vera donna, sebbene mi si continui a chiamare Donnina. Ho imparato a tenere in sesto le faccende di casa, ho rubato ogni giorno un po' della sconfinata autorità di mamma Teresa, e mi sono avvezzata poco alla volta a fare la massaia. Ti farò meravigliare colla mia dotta economia.
«Ho anche compito la mia educazione tanto da potere, all'occasione, supplire il vecchio babbo nelle sue lezioni. So spiegare le regole dell'abbaco e guidar la mano ai miei allievi di calligrafia. Nelle ore perdute ho studiato il ricamo e la storia, ma pochino, pochino. E poi, devo dirlo? il più del mio tempo l'ho speso pensando a te. Ogni santo giorno ti mandavo il pensiero dietro, per la via di Milano, ma senza saper dove. E dicevo a me stessa: «egli, almeno, dovunque sia, può venirmi incontro colla mente, perchè sa dove trovarmi di sicuro; io no, non posso.» Ma non dubitavo di te, non ti faceva colpa del tuo silenzio; solo me ne affliggevo come d'una disgrazia.
«Ogni sera pregavo per te, per noi, e quando (raramente), mi assaliva uno sgomento, non di noi, ma della sorte nostra, ricorrevo al mio amuleto e mi rasserenavo. Quell'amuleto tu lo sai, o l'indovini, è il trifoglio delle quattro foglie.
«Ti ho solo detto il bene. Ma ti puoi immaginare che la fanciulla non è divenuta donna senza passare per le tentazioni del peccato; sono anch'io un po' vanerella, un po' capricciosa, un po' impertinente... al par di tante altre, ed anche un po' maligna, come vedi...
«Infine, tal quale, sono tua.
«Sono tua! Che piacere infinito a poterlo dire, a poterlo scrivere, e dopo di averlo detto e scritto non dovermi destare per accorgermi che sognavo, per chiudere un'altra volta gli occhi e cacciare la testa fra i guanciali invocando lo stesso sogno! Ma in virtù di quei sogni ora mi pare di non essere mai stata divisa da te... E poi anche il passato non è forse un sogno? Questi sei anni vissuti melanconicamente mi paiono dimenticati da un pezzo; si cancellano i contorni dei giorni melanconici numerati nella solitudine, e non rimane altra sembianza tranne la tua, che mi era sempre dinanzi. Non è vero che siano passati sei anni; fu un sogno, un brutto sogno, ed io voglio tenere gli occhi aperti per paura di addormentarmi ora che sono felice.