— Dunque, a quando le nozze? domanda mamma Teresa, avanzando il corpo per modo che il cappello le ricade sulle spalle ed il viso rugoso esce dal vano enorme.
Il signor Fulgenzio non può trattenere un sorriso a quell'accento ed a quell'atto, ma il dottor Parenti accorre serio serio in aiuto della signora, e le riadatta in capo il cupolone, sebbene la vecchia dica che non occorre.
— Presto, risponde il signor Fulgenzio, se non vi sono altre difficoltà.
— E che difficoltà v'hanno a essere?
— Donnina, che lei sappia, ha padre o madre viventi?
Maestro Ciro, a cui è rivolta la domanda, guarda in faccia mamma Teresa, la quale ha gli occhi altrove e tende le orecchie per non perdere una sillaba.
— Ecco, la mamma non ce l'ha più di sicuro, ma il padre, almeno credo, vive ancora, sebbene non si sia più visto. Anzi, da cinque anni ci giunge ogni tanto del denaro, che non sappiamo da chi venga, e poco tempo fa abbiamo ricevuto per la stessa via mille lire; quel denaro lo abbiamo messo alla Cassa di Risparmio di Milano per Donnina... Non è vero, Teresa?
— Se è vero? lo sai pure che è vero! risponde la vecchia tentennando il capo per l'impazienza; ma a che serve tutto ciò? Contenta Donnina, contenti noi, e contenti noi contenti tutti! Quel padre doveva farsi vivo prima, e non lasciare la povera creatura in abbandono col rischio di mandarla all'altro mondo. Dico bene?
— Dice benissimo, risponde il signor Fulgenzio, a cui è diretta la domanda, e per me...
— Ah! interrompe la vecchia, meno male! Non siamo forse noi che l'abbiamo raccolta, allevata, chiamata figlia? Donnina è cosa nostra, tutta nostra, lo domandi a lei e sentirà. E se suo padre se n'è dimenticato, peggio per lui. Mi pare di ragionare, mi pare...